Avete mai visto un dittatore riconoscere con voce rotta la vittoria dell'avversario elettorale? Parlare di "momento doloroso" e mettersi a disposizione del proprio Paese dall'opposizione? In democrazia funziona così, ma a furia di evocare tirannie anche il gesto più scontato fa quasi impressione.
L'uscita di scena del premier ungherese Viktor Orbán, bocciato sonoramente dagli elettori, si è consumata in poche decine di minuti, il tempo di inscenare una mesta conferenza in una specie di capannone, attorniato dai visi avviliti e rassegnati dei suoi ministri. Per capirci, l'uomo che per 16 anni ha turbato le notti della sinistra europea è già un ex in cerca di riscatto.
A seguire una narrazione carica di toni cupi e allarmi spaventosi, ci sarebbe dovuto essere un passaggio di poteri quantomeno drammatico, dall'ostinazione a non riconoscersi sconfitto alle manovre di qualche colonnello pronto a sovvertire in piazza l'esito delle elezioni parlamentari. Niente di questo, viva veramente la democrazia. Il neo premier Peter Magyar è pronto a giurare e a mettersi al lavoro per il popolo magiaro con una maggioranza straripante che non lascia alibi.
Diranno qualcosa della "sorprendente" innocuità dello sconfitto? È stato rappresentato come un dittatore senza scrupoli, un autocrate che calpestava un intero Paese, un tessitore di trame subdole internazionali. Alla fine se qualche picchiatore anarchico straniero andava a spaccare teste a Budapest, sembrava quasi una legittima ribellione a un regime di estrema destra da abbattere a manganellate. Quello stesso presunto governo-capestro che si è dissolto durante un rapido spoglio elettorale.
Non sarà che Orbán ha avuto consenso e poi l'ha perso senza scomodare scenari apocalittici? Spesso quelli che citano la democrazia in continuazione sono gli stessi che quando comandano gli altri gridano al nazismo. Comodo fare opposizione così.