Chic, ammaliante, divina. Il mondo che ci guarda l'ha riassunta così e avrebbe voluto non finisse mai. Solo che ad un tratto la cerimonia ha smesso di essere cerimonia ed è diventata un messaggio. Noi ci siamo. L'abbiamo mandato all'italiana, con l'insicurezza alla vigilia di chi ha studiato e però conserva in cuore il dubbio logorante che il prof si sia svegliato male. L'abbiamo inviato bilanciando classe e ironia, arte e cultura, storia ed eleganza e, su tutto, orgoglio. L'orgoglio posato su ogni momento della cerimonia come una spolverata di aromi per dare ancora più gusto senza alterarne il sapore. Nulla di urlato o scritto in grassetto o sottolineato due, tre e troppe volte. Un messaggio mandato al mondo come sappiamo fare noi: per sottrazione, come chi passa e apparentemente non fa nulla e invece fa tutto, lo noti, ti volti e pensi vorrei essere lui.
Il mondo, sabato sera, avrebbe voluto essere Milano, Cortina, l'Italia, avrebbe voluto essere noi che ci siamo non come potenza, ci siamo come Paese che quando vuole sa comunicare anche senza parole. Brenda Lodigiani, la sua ironia, i suoi gesti tradotti in inglese ne sono stati la riprova. È così. Ecco che cosa potremmo essere e fare se il mondo imparasse ad ascoltarci davvero.
È stata questa la forza silenziosa della cerimonia di Milano Cortina: non ha chiesto attenzione, l'ha ottenuta. Non ha mostrato i muscoli, ha regalato moderazione. Non ha spiegato chi siamo, lo ha fatto intuire con l'armonia dei suoi regali all'arte, alla musica, alla storia, alla moda. Come nel meraviglioso quadro iniziale con i richiami all'armonia appunto, l'elogio del Canova; o più tardi, ancora arte, dalla classicità alla classe delle dee scese dall'Olimpo di Armani vestite di tricolore. In un tempo che vive di urla e odiatori, di superficialità ed esagerazioni, l'intuizione è diventata la più alta forma di rispetto. E sabato sera l'Italia delle olimpiadi ha lasciato intuire tanto di sé, vincendo il nostro primo oro, non contro qualcuno, ma sopra qualcosa. Sopra la cerimonia umida e sguaiata di Parigi 2024, carnevalesca e spudorata, troppo concentrata su se stessa per riuscire a distinguere tra provocazione e offesa. Sopra l'inevitabile quanto arrogante manifestazione di forza mascherata da favola di Pechino 2022, perfetta, fintamente romantica, imponente, astuta pensando agli incantesimi bianchi e d'argento preparati dal regista di Lanterne Rosse, dove c'era calore, ma calore sotto controllo. Sopra PyeongChang 2018, elegante ma lontana, tecnicamente impeccabile però alla fine emotivamente neutra, cerimonia che scorreva senza lasciare traccia profonda come poi è stato. Sopra Rio 2016, un carnevale legittimo però non per tutto il mondo. Sopra la magnificenza inquietante di Sochi 2014, Russia, Putin, aggiungere altro è inutile.
Milano Cortina no.
Un Presidente che arriva in tram non lo dimentichi, così come da quattordici anni non scordiamo la regina Elisabetta paracadutista a Londra 2012 e quel prato e le capanne e la storia del mondo inscenata senza retorica, con la capacità di prendere per mano miliardi di persone e dire guardate, non siamo qui per raccontarvi quanto siamo bravi, ma per avvertirvi che insieme possiamo fare meglio.