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L'Iran chiude ai colloqui: stop su nucleare e Hormuz. E teme l'attacco a sorpresa

Il regime respinge le trattative: "Via il blocco dello Stretto, l'atomica è un diritto. Richieste Usa eccessive"

L'Iran chiude ai colloqui: stop su nucleare e Hormuz. E teme l'attacco a sorpresa
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Sospetti sul nemico oppure strategia negoziale dello stillicidio. Alla fine dell'ennesima giornata di minacce e diplomazia, Teheran ha fatto trapelare l'intenzione di voler respingere il secondo round di negoziati attesi nelle prossime ore a Islamabad, in Pakistan, e mai confermati dall'Iran. Lo ha fatto nonostante l'avvertimento di Donald Trump, pronto a "distruggere centrali e ponti" della Repubblica islamica, se non si troverà l'accordo. Oppure più probabilmente, come riferisce Axios, lo ha fatto nel timore di un nuovo bluff americano, la paura cioè che Washington si muova come nei due attacchi precedenti, quando ha colto di sorpresa l'Iran, bombardandolo, mentre le trattative erano in corso, alla vigilia della guerra dei 12 giorni di giugno 2025 e del conflitto attuale, iniziato il 28 febbraio e ancora aperto, nonostante la tregua di due settimane in vigore fino a domani sera, 21 aprile, ora americana.

Tramite l'agenzia di stampa statale, il regime ha negato che fossero previsti colloqui e alle "richieste eccessive di Washington, alle aspettative irrealistiche, ai continui cambiamenti di posizione, alle ripetute contraddizioni e al blocco navale in corso". Ma per il sito americano Axios dietro alla decisione sembra ci siano i timori di un ennesimo sgambetto americano.

Hormuz resta comunque, nell'immediato, la questione più scottante e l'arma più potente del regime per far leva sugli Stati Uniti. I pasdaran considerano la decisione americana di mantenere il blocco allo Stretto una violazione della tregua, mentre per gli americani a violare il cessate il fuoco sono stati i colpi di avvertimento sparati sabato dalla Marina iraniana contro alcune navi straniere.

In assenza di certezze, di fronte ai continui stop-and-go nello Stretto, l'economia mondiale e il traffico marittimo ed energetico restano ostaggi della Repubblica islamica. Tutto di nuovo in alto mare, insomma. Le Guardie della Rivoluzione pare non abbiano gradito l'annuncio di riapertura di Hormuz pronunciato venerdì, dopo la notizia di tregua fra Israele e Libano, dal ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, che hanno considerato troppo frettoloso, un vantaggio concesso a Trump che ha potuto subito cantare vittoria. L'ebrezza non a caso è durata poco e lo Stretto è tornato chiuso sabato al passaggio anche da parte iraniana, mentre gli Usa confermavano il loro contro-blocco.

Il capo-negoziatore e presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Ghalibaf, ha ammesso che "progressi nei negoziati ci sono stati, ma restano molte lacune e alcune questioni fondamentali irrisolte": "Siamo ancora lontani da un accordo finale". Il presidente Masoud Pezeshkian ne ha fatto una questione di "giustizia nel sistema internazionale", chiedendo quale crimine sia per l'Iran usare il suo potere nucleare, che il leader iraniano reputa "un diritto".

Nonostante i duri proclami, la Repubblica islamica vive giorni durissimi, strozzata economicamente dal conflitto. Si stima che i danni causati dalla guerra ammontino a circa 300 miliardi di dollari, pari a circa 3mila dollari a persona. Nelle ultime settimane, importanti centri petrolchimici di Asaluyeh e Mahshahr sono stati colpiti da scioperi, con conseguenti interruzioni della produzione, dopo che il regime ha sospeso le esportazioni fino a nuovo avviso. A pagare il prezzo più alto, come sempre, sono i civili.

Le condizioni economiche peggiorano di giorno in giorno, tra inflazione percepita al 70% anche su cibo e medicine, la perdita di posti di lavoro e gli effetti del blocco di internet, in vigore da oltre 50 giorni (il blackout più lungo mai registrato in qualsiasi Paese) che danneggia i redditi di liberi professionisti e piccole imprese, oltre a imporre il bavaglio. La rabbia cresce. Le piazze potrebbero tornare a riempirsi.

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