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L'Istat blocca l'Italia: deficit al 3,1%. Giorgetti pronto a sfidare l'Europa

L'istituto condanna il Paese alla permanenza in procedura di infrazione per 23 milioni. Il ministro: "Senza flessibilità sul Patto, faremo da soli". Dubbi sugli sgravi per l'edilizia

L'Istat blocca l'Italia: deficit al 3,1%. Giorgetti pronto a sfidare l'Europa

Il dato è di quelli che fanno la differenza, ma solo sulla carta. Quel 3,1% (un 3,07% arrotondato al decimale superiore) di deficit/Pil, certificato dall'Istat per il 2025 e traslato a Eurostat, tiene l'Italia dentro la procedura per disavanzo eccessivo, ma racconta solo una parte della storia. Perché dietro quei decimali si nasconde una vicenda più complessa, in cui pesano scelte tecniche, rigidità Ue e l'eredità del Superbonus.

Il punto di partenza è proprio questo. Come ha spiegato il ministro Giancarlo Giorgetti, "i dati del debito risentono ancora del vecchio Superbonus, a noi pesa per 40 miliardi nel 2026 e poi ci sarà la coda ancora di 20 miliardi nel 2027. Senza questi dati l'andamento sarebbe stato discendente", ha dichiarato nella conferenza stampa post-Consiglio dei ministri. Una frase che chiarisce più di qualsiasi analisi: non è la gestione attuale dei conti a determinare il risultato, ma una lettura miope.

E non si tratta solo di numeri. La coda del Superbonus è fatta di una "montagna di fatture" arrivate a ridosso della scadenza del 31 dicembre e ora sotto verifica, con "notevolissime anomalie" per centinaia di milioni. Non si può, perciò, non chiamare in causa l'Istat, guidato da Francesco Maria Chelli. La questione riguarda la possibilità di una diversa contabilizzazione di alcune poste legate ai bonus edilizi, che avrebbe portato il deficit sotto la soglia del 3%. Una lettura più elastica, consentita dal quadro europeo, che però non è stata adottata. E che fa crescere il rammarico considerato che in ballo c'erano appena 23 milioni di euro, un nulla nel mare di 2.300 miliardi di Pil nominale.

A rafforzare questa lettura è intervenuta anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha ricordato come "nel 2022 abbiamo trovato un rapporto deficit/Pil dell'8,1%, oggi lo abbiamo portato al 3,1%, un dato migliore anche delle previsioni del governo". Un risultato che, però, lascia "il rammarico per aver mancato di poco la soglia del 3%", anche perché "sarebbero bastati appena 20 miliardi di Pil in più" per "uscire dalla procedura di infrazione europea con un anno di anticipo, cosa che avrebbe significato maggiore capacità di spesa per lo Stato". Da qui la stoccata all'istituto di statistica. "Da molti anni i primi dati Istat sottostimano il Pil effettivo, per poi rivederlo al rialzo", con "buona probabilità" che questa dinamica si trasformi "in una beffa per l'Italia". L'Istat, è il senso del ragionamento, ha mostrato una ingiustificata rigidità, pur sapendo della probabile revisione al rialzo, adottando così un atteggiamento burocratico e anti-patriottico.

C'è anche un altro responsabile di questa spiacevole situazione: l'ex premier Giuseppe Conte. "Anche prendendo per buone le attuali stime Istat, saremmo stati comunque sotto il 3% di deficit se, anche nel 2025, sulle casse dello Stato non avesse gravato l'esborso di miliardi di euro per il Superbonus", prosegue il messaggio di Meloni su X evidenziando che la "sciagurata misura" toglie "al Governo margine di spesa da destinare alla sanità pubblica, alla scuola, al sostegno dei redditi più bassi. Infine, ha ringraziato Giorgetti per la gestione "responsabile" delle risorse pubbliche.

L'Italia, infatti, resta nella procedura per una manciata di decimali, rinunciando a margini di bilancio significativi. Ed è qui che il tema sdiventa politico. Lo stesso Giorgetti lo ha sottolineato con parole nette. "Come diceva Boskov rigore è quando l'arbitro fischia, ma vedo commenti e capisco che in questo Paese ci sono anche dirigenti sportivi che esultano per l'eliminazione della Nazionale; è evidente che ci siano tanti che esultano perché una decisione di questo tipo va contro gli interessi nazionali", ha commentato con amarezza.

Eppure, al netto delle polemiche, i numeri raccontano una realtà meno negativa di quanto sembri. Il Documento di finanza pubblica, approvato ieri dal Cdm, certifica un quadro sotto controllo, pur in presenza di revisioni: il Pil 2026 e 2027 scende allo 0,6% (+0,7% la stima precedente), il deficit sale al 2,9% nel 2026 e al 2,8% nel 2027, mentre il debito si attesta poco sopra il 138% prima di una stabilizzazione.

È su questo sfondo che si inserisce il messaggio politico lanciato da Giorgetti. Il Dfp, ha spiegato, "meriterà urgentemente di essere approfondito con decisioni di natura politica", soprattutto su difesa ed energia. E qui arriva il punto decisivo. "Ci muoveremo da soli? Io non lo escluderei", ha detto il ministro, chiarendo che in un'Europa ancora ancorata a schemi rigidi, l'Italia non può permettersi immobilismo.

Una lettura condivisa anche dall'ex ministro dell'Economia Giovanni Tria, che invita a distinguere tra sostanza e regole. "Qui parliamo di decimali: 2,9 o 3,1% cambia poco sul piano economico, ma molto per le regole europee", dichiara al Giornale, sottolineando come "le conseguenze sono politiche". E ancora: "Un Paese con avanzo primario e conti in miglioramento dovrebbe essere valutato per la traiettoria, non per uno 0,1% in più o in meno".

Il riferimento è a un'economia colpita da shock multipli, dalla guerra in Ucraina alle tensioni in

Medio Oriente. "In Europa fino a questo momento la vedono diversamente e ne prendo atto, per ora", ha chiosato Giorgetti. Un per ora che suona come un avvertimento: la flessibilità non può restare solo un tema di discussione.

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