"L'Italia non sarà subalterna". Ok del Senato al Trattato del Quirinale

L'aula di Palazzo Madama ha approvato in via definitiva il trattato di cooperazione firmato da Draghi e Macron. Ok agli ordini del giorno di Lega e FdI sull'estradizione degli ex brigatisti a processo in Francia

"L'Italia non sarà subalterna". Ok del Senato al Trattato del Quirinale

Rafforzare il ruolo dell’Italia e dell’Europa nello scenario internazionale. È l’obiettivo del trattato siglato nel novembre del 2021 al palazzo del Quirinale dal presidente francese Emmanuel Macron e dal premier italiano Mario Draghi, che rafforza la cooperazione tra Roma e Parigi in diversi ambiti e che è stato approvato in via definitiva martedì nell’aula di Palazzo Madama con 164 voti favorevoli, 21 contrari e 5 astenuti. Un’approvazione che è arrivata quasi all’unanimità, ma che è stata inevitabilmente segnata anche dalle polemiche sulla decisione dei giudici della Corte d’Appello di Parigi di negare l’estradizione agli ex brigatisti arrestati a Parigi nell’operazione "ombre rosse", per cui la procura francese ha fatto ricorso in Cassazione.

La maggioranza, infatti, ha accolto i due ordini del giorno presentati da Lega e Fratelli d’Italia per chiedere al governo di impegnarsi per l’accoglimento della domanda di estradizione. "Sacrosanta – ha spiegato il senatore leghista Emanuele Pellegrini - dal punto di vista giuridico ed eticamente doverosa da parte di tutte quelle istituzioni che devono assistere i parenti delle vittime e tutti coloro che hanno subito sofferenze a causa di gravissimi atti delittuosi, che noi non possiamo dimenticare solo perché sono passati tanti anni". Non è un semplice ordine del giorno, dicono dai banchi del Carroccio, ma "un atto politico che deve essere internazionalmente pesato" per chiedere "il rispetto delle regole, delle norme e dei rapporti internazionali" e quello delle "persone che sono state uccise da criminali".

"Pretendiamo che si è macchiato di delitti nel nostro Paese debba scontare in Italia la sua pena", ha ribadito durante il suo intervento anche la senatrice di Forza Italia, Stefania Craxi. "Non faremmo un buon servizio al nostro Paese se non tenessimo conto di queste osservazioni e se non considerassimo alcuni potenziali rischi che a mio avviso dovranno essere totalmente scongiurati dalle nostre determinazione e capacità come sistema Paese di garantire e pretendere di volta in volta reciprocità nell'attuazione del trattato, specie sulle questioni finanziarie", ha aggiunto. Anche Pierferdinando Casini ha parlato di "insoddisfazione profonda" e "indignazione" per "questioni che non sono chiuse, che riguardano gruppi di terroristi che devono rispondere delle loro azioni davanti alla magistratura italiana e che sono di fatto stati protetti per via di una dottrina antica, quella mitterrandiana, in Francia".

Il senatore del gruppo per le Autonomie ha fatto riferimento all’intervento del collega di Fratelli d’Italia, Alberto Balboni, che illustrando il contenuto dell’ordine del giorno presentato dal partito di Giorgia Meloni ha chiesto al governo che "i criminali rifugiati in Francia non godano di alcuna impunità e immunità". "Quegli applausi in quell'aula, quando la corte d'appello di Parigi ha letto la sentenza, - ha sottolineato il senatore di Fdi - sono un oltraggio all'intero popolo italiano e al sentimento di giustizia non soltanto delle vittime, ma di tutti gli italiani che credono nel nostro sistema giudiziario". Per Casini, però, la questione non attenua l’importanza del trattato che crea un canale diplomatico privilegiato tra Roma e Parigi.

La scarsità di dialogo tra i due Paesi, ha sottolineato anche la senatrice Craxi, "non è stata foriera di successi". Il riferimento è alla Libia, o anche alla mancata creazione di un "campione mondiale della cantieristica navale" con la vicenda Fincantieri. Con i venti di guerra che soffiano dall’Ucraina, quindi, è necessario un cambio di passo e, va avanti la senatrice azzurra, la "creazione di canali istituzionali stabili per prevenire i conflitti e definire posizioni e azioni comuni". "Cooperazione rafforzata non è sinonimo di cessione di sovranità" sottolinea anche il Dem Alessandro Alfieri, ma di "maggiore consultazione e iniziative condivise". E sulla questione degli ex terroristi ha ricordato come Macron non abbia avuto problemi a "manifestare pubblicamente una idea diversa" da quella delle toghe della Corte d’Appello parigina. "In passato a guidare l’Europa c’era l’asse franco-tedesco, oggi il motore dell’Europa è a tre", commenta il senatore del Pd facendo riferimento al patto analogo che si sta costruendo con la Germania.

Voto favorevole anche da Italia Viva che con la senatrice Laura Garavini parla di Europa "più forte" con l’accordo che dà "una spinta propulsiva ai processi di integrazione europea" instaurando "canali di interlocuzione importanti per prevenire i conflitti". Il trattato è uno "strumento" di cui i governi dovranno fare "buon uso", ricorda il senatore leghista Stefano Candiani. Ma, assicura, non pone l’Italia in posizione di "subalternità" e anzi "riposiziona il baricentro in Europa" e completa un percorso che finora ha visto protagonisti Parigi e Berlino. Il partito di Matteo Salvini ha presentato anche un ordine del giorno sulle altre vertenze aperte con la Francia, ed in particolare, sulla "cartografia che pone il Monte Bianco e i circa 72 ettari all'interno del proprio territorio, cosa che sappiamo, invece, non corrispondere al vero".

Il governo, è la richiesta, deve adoperarsi "per giungere alla definitiva risoluzione della questione della disputa frontaliera tra Italia e Francia che si trascina da ormai settant'anni, avendo come punto fermo il mantenimento della piena sovranità su quelle aree". Non sono mancate le polemiche da parte del Movimento 5 Stelle sul punto della cooperazione in campo energetico e sul nucleare, auspicata dalla Lega in un terzo ordine del giorno. Il senatore Pietro Lorefice ha parlato del trattato come "un'ottima base di partenza per iniziare o riniziare un percorso di vera collaborazione che possa disinnescare a monte quelle che sono state le tante diatribe e divergenze". Ma se l’è presa anche con Giorgia Meloni. "Quando ci fu l’attacco in Libia era ministro del governo Berlusconi", ha detto replicando al senatore di Fratelli d’Italia che parlava di strategia "anti-italiana" della Francia nel sostenere le rivolte contro Gheddafi. I pentastellati hanno detto sì alla ratifica mentre un no netto è arrivato dai banchi di Fratelli d’Italia. "Le cose che contano, e gli esempi vanno da Lactalis a Stellantis, – ha attaccato Balboni – le decidono loro, non può e non deve funzionare così".

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