L'odio rosso e infinito contro Ramelli

L'odio rosso e infinito contro Ramelli

La violenza politica non è morta. Ne è un esempio lampante il comunicato in cui il Consiglio didattico dei Corsi di Laurea di Area Politologica dell'Università del Salento ha condannato il voto del Consiglio Comunale di Lecce a favore dell'intitolazione di un giardino della città a Sergio Ramelli. Certo, non si tratta in questo caso di violenza fisica ma di una violenza verbale, morale, comunicativa molto simile a quella che negli anni più bui del Dopoguerra ha armato la mano a troppi carnefici. Anche allora andava di moda nei circuiti della sinistra illuminata che fiancheggiava i gruppi extraparlamentari lo slogan l'antifascismo è azione, addirittura l'antifascismo non è reato. Nel loro nome vennero compiuti delitti orribili ma questo non distoglie docenti e ricercatori dell'Università del Salento dal riproporne il macabro armamentario. Oggi, nel 2021, più di quarant' anni dopo quei lutti.

Sergio Ramelli è un simbolo di quella stagione, poiché quando a diciotto anni militanti di estrema sinistra che nemmeno lo conoscevano lo aspettarono sotto casa per sfondargli il cranio a colpi di chiave inglese, era un semplice attivista del Fronte della Gioventù, il movimento giovanile della Destra italiana.

Non aveva mai preso parte ad episodi di violenza, non aveva mai aggredito nessuno, ma aveva avuto l'ardire di scrivere un tema contro le Brigate rosse e per questo venne messo alla gogna e costretto a cambiare scuola per le continue minacce e violenze ricevute, in un calvario personale e familiare che culminò con l'aggressione e la sua morte dopo quarantasette giorni di coma.

L'odio cieco della sinistra extraparlamentare e l'ignavia del potere di allora ne impedirono persino il funerale e il Consiglio comunale di Milano accolse la notizia della morte di Sergio con un lugubre applauso. Per lunghi anni la storia di Sergio è stata sottaciuta, i suoi assassini nel frattempo erano diventati professionisti stimati e ben inseriti in società, soltanto la destra politica ne custodiva il ricordo.

Fu un magistrato di sinistra, anni dopo, a ricostruire la verità dei fatti squarciando quel muro di omertà e rendendo giustizia a Sergio.

Poi, con la destra di governo, sono arrivate le prime intitolazioni di vie e giardini, sono fiorite le pubblicazioni e gli spettacoli teatrali e la storia di Sergio non è più stata un tabù. Tranne che per alcuni, che continuano a coltivare odiosi distinguo e faziose ricostruzioni.

Ricordare la vicenda umana di Sergio Ramelli non è indulgere al pietismo (per quanto la pietas sia una virtù umana troppo poco praticata nel nostro tempo) né tantomeno fare propaganda per ricostituire chissà cosa. È semplicemente un passo indispensabile per non ripercorrere i tragici errori degli anni di piombo, nei quali le persone cessavano di essere persone e diventavano i simboli del nemico da abbattere, in una spirale di odio ideologico che ha mietuto decine di vittime. Tantissimi tra loro furono giovani di destra, travolti dalle campagne di odio di chi ne contestava il diritto di esistere e di pensare e abbandonati da un sistema politico che li considerava carne da macello per alimentare la teoria degli opposti estremismi.

Questo furono gli anni Settanta a Milano, la città di Sergio, a Roma e in tante altre nostre città. Ce li siamo lasciati alle spalle ma alcune mefitiche scorie sono ancora tra noi, purtroppo proprio nei luoghi in cui ai ragazzi dovrebbe essere insegnato il valore della convivenza civile e del confronto democratico. Continueremo a batterci perché la memoria di ragazzi innocenti - molti dei quali non hanno nemmeno ottenuto giustizia nei tribunali - venga onorata, perché la storia drammatica di quegli anni faccia germogliare il fiore della pacificazione, perché la libertà di espressione abbia sempre la meglio sull'oscurantismo ideologico. È una battaglia che per essere vinta deve essere combattuta trasversalmente, al di là degli steccati. Ricordo Walter Veltroni che ebbe il coraggio di ricordare Sergio in un lungo articolo sul Corriere della Sera. E oggi, a partire dal segretario del Pd Enrico Letta, mi piacerebbe sapere cosa ne pensano gli attuali leader della sinistra. Giorgia Meloni presidente di Fratelli d'Italia.

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