Cinquantatré vite perdute. Oltre 700 segnate per sempre da ferite e traumi psicologici che neanche il tempo può rimarginare. È il lascito pesante di quell'Afghanistan dove - a sentire Donald Trump - gli alleati della Nato - compresi noi italiani - "stavano un po' indietro, un po' lontano dalla linea del fronte". Parole che contrastano non solo con i numeri e la consistenza delle nostre perdite, ma anche con il posizionamento delle nostre truppe. Durante la missione, durata un ventennio e costata al nostro paese 8 miliardi e 700 milioni di euro, i soldati italiani hanno controllato alcuni avamposti cruciali - le cosiddette Fob (Forward Operating Base) - nelle province occidentali di Herat, Baghdis e Farah. A Herat operavano alla frontiera con l'Iran. Una frontiera da cui passavano i traffici di narcotici con cui i talebani si finanziavano. In quella di Baghdis hanno combattuto per assumere e mantenere il controllo dell'avamposto di Bala Mourghab al confine con il Turkmenistan.
Ma le battaglie più dure e le più alte perdite sono state combattute nella provincia di Farah, crocevia importantissimo per controllare gli spostamenti dei talebani diretti verso quella roccaforte talebana di Helmand che americani e inglesi non sono mai riusciti a strappare agli insorti. E a conferma delle capacità italiane s'aggiunge il cursus honorum della "Task Force 45", il distaccamento delle Forze Speciali italiane formato da incursori del Nono Reggimento Col Moschin, del Consubin e del 17mo Stormo che in Afghanistan operavano al fianco dei colleghi americani ed inglesi.
Capacità, impegno e valore riconosciuti in primo luogo dal Comandante delle forze americane e della Nato in Afghanistan generale Stanley McChrystal che in un'intervista al Corriere della Sera dell'8 marzo 2010 giudicò così l'operato dei nostri soldati: "Sono stato in grado di osservare il loro lavoro e la loro professionalità e penso che il popolo italiano debba essere orgoglioso di loro".