Dalla lotta all'Autostrada del Sole ai blocchi contro gli inceneritori. La passione della sinistra per il no

Le nuove infrastrutture sono sempre state osteggiate. Quando l'"Unità" lanciò l'allarme sulla tv a colori

Dalla lotta all'Autostrada del Sole ai blocchi contro gli inceneritori. La passione della sinistra per il no
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Sono coincidenze. È un caso se le opposizioni sono contrarie alla costruzione della nuova diga di Genova. È un caso se nello stesso giorno si legge che la contrarietà alla costruzione del ponte sullo Stretto «unisce il centrosinistra». È un caso le Olimpiadi invernali di Cortina a parere dei progressisti (dal sostantivo progresso) sono incompatibili «con la fragilità delle Alpi» perché prevedono un milione e mezzo di spettatori, 2mila auto, 700 van e 460 bus: come se non fossero le Alpi ad aver ospitato altre Olimpiadi in Francia, Svizzera, Austria, Germania e altre due volte a Cortina. È un caso se nello stesso giorno si legge di sciocchezzuole (in confronto) come le proteste per la chiusura per 15 giorni delle Terme di Diocleziano (Roma) legata a una mostra di Bulgari, o se si legge che la libreria Mondadori inaugurata in Galleria Umberto (Napoli) è stata chiusa a un giorno dall'apertura perché i vigili urbani hanno riscontrato problemi burocratici: che non riguardano, evidentemente, la nota sporcizia e il noto degrado della Galleria. La storia italiana è disseminata di casualità.

È un caso se negli anni Sessanta la sinistra non approvava neppure le autostrade perché privilegiavano i consumi individuali, tanto che nel 1964, dopo che l'inaugurazione dell'Autostrada del Sole, l'Unità scrisse: «Abbiamo l'autostrada, ma non sappiamo a che serve». È un caso se la sinistra si era già opposta alla Metropolitana milanese (quando il tram era definito di sinistra e la metropolitana di destra) ed è un caso se si oppose allo sviluppo urbanistico verticale (i grattacieli) e a tutti i progetti di Alta velocità ferroviaria, alla variante di valico Firenze-Bologna, all'aeroporto della Malpensa, al progetto Mose per salvare Venezia, all'energia nucleare (eravamo il terzo paese del mondo per produzione) ma anche ai rigassificatori o degassificatori per risparmiare e recuperare energia, alla Variante di valico sull'Autosole, alle pale eoliche, alle perforazioni petrolifere in Val di Noto, alla terza pista a Malpensa, agli inceneritori o termovalorizzatori, ma così stiamo correndo troppo. Per comprendere la casualità di ogni ritardo strutturale legato alla modernizzazione italiana (i contrari a ogni piccola o grande opera) bisogna tornare ai primordi. Magari al 1954, quando la nascita della Tv italiana fu accolta con freddezza e nessun quotidiano riportò la notizia in prima pagina, a parte La Stampa. Era già evidente che cosa la televisione avrebbe potuto determinare nei costumi di un Paese (negli Usa i televisori erano già 30milioni, in Inghilterra tre milioni) ma l'esordio in bianco e nero contribuirà a ritardare di dieci anni quello della televisione a colori: fin dal 1967 la tecnologia era disponibile (c'era persino in Unione Sovietica) ma in Italia riaffioravano discorsi sui consumi individuali e collettivi: «Si tratta di capire», scriveva l'Unità nel settembre 1977, «se la Tv a colori è conciliabile con la vigente necessità di case, scuole, ospedali». A parte il congiuntivo sbagliato, è sempre lo stesso discorso. Quando nacque la prima tv commerciale (si chiamava Telebiella, più che altro un esperimento) la sinistra additò «un pluralismo televisivo illegale, incostituzionale e tecnicamente impossibile».

Già allora, i progressisti proposero che il raggio d'azione delle tv private non dovesse superare il chilometro e mezzo: poi saranno sempre loro ad applaudire i pretori che spegneranno le tv di Berlusconi e che si batteranno contro gli spot televisivi: perché non si interrompe un'emozione. Al limite si perdono le elezioni, ma sempre per caso, per coincidenza.

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