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"L'Ucraina fa parte dell'impero russo". Putin firma in diretta e annette il Donbass (per salvarsi in patria)

"Per la Russia l'Ucraina non è solo un vicino, è parte integrale della propria storia"

"L'Ucraina fa parte dell'impero russo". Putin firma in diretta e annette il Donbass (per salvarsi in patria)

«Per la Russia l'Ucraina non è solo un vicino, è parte integrale della propria storia». Con quelle parole Vladimir Putin ha rotto gli indugi annunciando, con un discorso registrato e di una lunghezza senza precedenti, e firmando in diretta la decisione di annettersi le regioni separatiste di Donetsk e Lugansk. Ma non solo: nel decreto con il quale ha riconosciuto le repubbliche separatiste, ha ordinato al ministero della Difesa russo di dispiegare forze armate «per assicurare la pace» nel Donbass, in seguito alla richiesta dei leader delle due entità filo-russe, incaricando quindi il ministero degli Esteri russo di negoziare l'instaurazione di relazioni diplomatiche con le repubbliche separatiste. E testimoni parlano di «blindati russi gia in Donbass». Una decisione anticipata, qualche ora prima, al presidente francese Emmanuel Macron e al premier tedesco Olaf Scholz. Una decisione che segna non solo l'epilogo di qualsiasi trattativa, ma anche l'inizio di uno scontro con la Nato, l'Europa e gli Stati Uniti. Sul fronte economico e finanziario scandisce l'avvio di una stagione economica segnata dalla tagliola di pesantissime sanzioni capaci di affossare la Russia. Con conseguenze imprevedibili per Paesi come l'Italia e la Germania dipendenti dall'energia di Mosca.

Nel discorso, studiato soprattutto per far leva sul proprio popolo, Putin ricorda come l'Ucraina sia stata creata da Lenin e Stalin a dispetto della sua secolare appartenenza alle «antiche terre russe». Ma ricorda anche come le richieste di preservare la sicurezza della Russia e allontanare la Nato dall'Ucraina e dai propri confini siano state sistematicamente ignorate. Un discorso impossibile da digerire per l'opinione pubblica internazionale. E per quegli interlocutori, come Macron e Scholz, che hanno continuato a dar credito alla volontà russa di trovare una soluzione negoziata. Un discorso che di colpo trasforma il presidente russo in un'enigmatica Penelope, pronta a disfare la tela diplomatica pazientemente tessuta fino a 24 ore prima. Una svista non da poco per un Putin che l'Europa considerava, fino a ieri sera, molto più affidabile di quanto non lo dipingessero Washington e Londra. Ora, invece, quell'apparenza sembra andata in fumo. In poche ore «zar Vladimir» ha completamente smontato gli argomenti di coloro che scommettevano sulla sua preoccupazione verso le sanzioni. Sanzioni capaci di mettere in ginocchio la Russia e di tagliarla definitivamente fuori da una Europa dove Mosca esportava il 37,9 per cento delle sue ricchezze naturali. Il tutto a fronte di due frammenti di Ucraina la cui valenza politica storica e sentimentale non giustifica il costo dell'annessione.

Certo Putin lo giustifica sostenendo che l'«Ucraina è ormai gestita da potenze straniere» e quindi gli sforzi di pace da lui dispiegati sono praticamente «irrilevanti». Un argomento inaccettabile per una comunità internazionale pronta a trasformare Mosca in una potenza paria. Anche questa è una stranezza. Soprattutto per un Putin che aveva la possibilità di giocarsi la carta della pace e della guerra nel corso di «duello» finale con l'antagonista americano dal valore mediatico impagabile. Invece, alla fine, Putin ha rinunciato alla scena internazionale per giocarsi tutto sul piano interno. Nel nome di quella scelta ha messo in scena una riunione «straordinaria» del Consiglio di Sicurezza in cui ha ascoltato davanti alla telecamere i principali leader militari e diplomatici. Una riunione trasformata in un coro pronto a giustificare l'irreversibile necessità dell'annessione. «È impossibile che la situazione in Ucraina migliori, quindi è necessario riconoscere Lugansk e Donetsk» ha sentenziato il vicepresidente del Consiglio di Sicurezza Dmitry Medvedev. Una richiesta ribadita dal ministro della Difesa Sergey Shoygu e sancita alla fine da Sergey Lavrov. «Non c'è altra via che riconoscere il Donbass».

Un prologo indispensabile per denunciare nel discorso alla nazione la trasformazione dell'Ucraina «in un regime fantoccio gestito dagli Usa». Parole che comunque suonano strane e distoniche rispetto agli sforzi fatti in questi anni per ristabilire la grandezza russa. Parole che, alla fine, riconoscono una vittoria del nemico americano sul suolo storico della Russia. E di fatto accelerano il dispiegamento militare lungo i confini di un'Ucraina che «l'Alleanza Atlantica ha trasformato in un teatro di guerra».

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