L'Ue tace sui muri austriaci ma "apre" a milioni di turchi

Europa "strabica": tollera Vienna che vuole chiudere il Brennero ai migranti, mentre oggi potrebbe decidere di fare entrare senza visto i cittadini di Ankara

L'Ue tace sui muri austriaci ma "apre" a milioni di turchi

Segnatevi la data perché il 4 maggio 2016 rischia di venir ricordato come l'inizio della nostra sottomissione al Sultano ottomano.

La Commissione Europea è già pronta a piegare la testa e oggi potrebbe concedere l'entrata senza visto nello spazio Schengen ai cittadini di Ankara. Si avete letto e capito bene. L'Europa che non fa una plissé davanti alla pretesa di Vienna di chiudere il Brennero e controllare i documenti persino a noi italiani sembra disposta a concedere, a partire da fine di giugno, la libera circolazione dentro Schengen a 79 milioni di turchi. E pur di accondiscendere alle pretese del presidente Recep Tayyp Erdogan e del suo premier Ahmet Davutoglu è pronta a ignorare le 72 condizioni poste inizialmente per cancellare l'obbligo di visto. Alla base di tutto c'è un evidente ricatto. Un ricatto che l'Unione Europea s'è lasciata imporre concedendo alla Cancelliera Angela Merkel, non si sa in base a quale delega, di negoziare con Erdogan l'accordo per la restituzione dei migranti irregolari alla Turchia. Quell'accordo, oltre ai 6 miliardi di euro regalati in cambio della promessa turca di smetterla d'inondarci di profughi, contiene anche l'impegno di Bruxelles a cancellare l'obbligo di visto entro fine giugno.

Sulle prime l'impegno sembrava assolutamente teorico. Anche perché Ankara avrebbe dovuto prima soddisfare 72 condizioni poste da Bruxelles. Ora però scopriamo che le 72 condizioni erano una farsa. Una farsa assecondata da una Merkel alla disperata ricerca di una via d'uscita per bloccare l'invasione da lei stessa evocata ed evitare un tracollo politico sul fronte interno. Usando quell'accordo come una clava la Turchia minaccia infatti di cancellare l'intesa sui profughi. «Se l'Europa non rispetta i suoi impegni noi non rispetteremo i nostri», ribadisce da settimane il premier Davutoglu sostenendo che Ankara ha, di fatto, già adempiuto alle 72 richieste europee. E così oggi un'Europa terrorizzata dalla minaccia di dover fronteggiare una nuova invasione di migranti si prepara a calar le brache e ad aprir le porte a 79 milioni di turchi. Ma il paradosso è anche un altro. La stessa Commissione che in passato ha preteso da Italia, Grecia e altri paesi membri il cavilloso rispetto di minuziose clausole politico-economiche si prepara a chiudere entrambi gli occhi sugli abusi di una Turchia sempre meno in linea con i prerequisiti democratici pretesi dall'Europa nel campo dei diritti umani e della libertà d'espressione. Per capire la farsa in atto a Bruxelles basterà dire che a fine aprile fonti della Commissione davano per soddisfatte meno della metà delle 72 condizioni. Oggi, in meno una settimana, sarebbero miracolosamente salite a quota 65.

Ma la presa in giro, o meglio il livello di sottomissione accettato da Bruxelles, è ancora più evidente se si verificano le condizioni base dei 72 prerequisiti. Tra queste condizioni, richieste non solo ad Ankara, ma a qualsiasi nazione decisa ad accedere senza visti allo spazio Schengen, ci sono la libertà d'espressione, il diritto ad un equo processo e l'abolizione di qualsiasi discriminazione nei confronti delle minoranze. Tutti campi in cui le infrazioni di Ankara non si contano più. Una mozione votata dal Parlamento Europeo il 14 aprile, dopo la presentazione del rapporto annuale sulla Turchia, esprimeva «profonda preoccupazione» per gli «arretramenti registrati nel campo del rispetto della democrazia e dell'applicazione della legge». Arretramenti drammatici se si considera che Ankara oltre ad aver messo fuori legge e sequestrato Zaman, il più grande quotidiano d'opposizione, è anche uno dei paesi dove la libertà di stampa e quelle individuali sono oggi più a rischio. L'attuale legge antiterrorismo, la cui modifica - ben lontana dall'essere stata attuata - era tra le 72 condizioni, permette al governo di considerare chiunque alla stregua di un terrorista, compresi i giornalisti colpevoli di criticare il governo.

Non a caso «Reporter senza frontiere» piazza la Turchia al 151esimo posto nella sua annuale classifica sulla libertà di stampa in 180 paesi definendola «la più grande prigione del mondo per giornalisti».

Più di ogni altro dato dovrebbe, però, preoccuparci la presenza accertata di oltre 1.500 cittadini turchi tra le fila dello Stato Islamico. Una simpatica brigata che da oggi, grazie alle lungimiranti decisioni della Commissione di Bruxelles, potrebbe vedersi garantita la libera circolazione all'interno dell'Europa.

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