Macché eretico Ingrao tifava per i carrarmati

Oggi non osano ricordarlo come un comunista ortodosso. La sua Unità si schierò con i tank sovietici in Russia

Macché eretico Ingrao tifava per i carrarmati

Il modo migliore per onorare la memoria di un politico da morto, sarebbe ricordarlo come fu da vivo. Così, nel profluvio di articoli che ha circondato la scomparsa del centenario Pietro Ingrao, stona quel sapore di melassa che ne fa una sorta di poeta francescano, più francescano che poeta, o, a scelta, più poeta che francescano, e insomma un poverello di Lanola invece che di Assisi, costretto a vivere fra i lupi delle paludi Pontine e di Montecitorio invece che di Gubbio, oppure un Leopardi attardato che «voleva la luna» e, usando il plurale maiestatis, si era ritrovato a dire: «Pensammo la torre / scavammo nella polvere». Nessuno però che si sia chiesto perché l'idea che la torre non potesse stare in piedi lo abbia attraversato soltanto quando gli cadde sulla testa.

In realtà, la grandezza di Ingrao fu nell'essere, con tutta la sua sensibilità di intellettuale prestato e/o imprigionato dalla politica, un personaggio da Buio a mezzogiorno di Arthur Koestler, un Rubashov che finiva per anteporre il partito a tutto, in primis a se stesso, la declinazione in chiave terrena di una fede assoluta nel comunismo come religione laica. È al «compagno» Rubashov che l'inquisitore Gletkin affida il compito estremo, quello di sancire con un'autoconfessione falsa, rispetto alle accuse, ma «vera» in nome della verità incarnata dal Partito, che «la politica dell'opposizione è l'errore. È vostro compito, quindi, rendere l'opposizione spregevole. Far capire alle masse che l'opposizione è un delitto e che i capi dell'opposizione sono dei criminali! Questo è il semplice linguaggio che le masse comprendono. Se cominciate a parlare dei vostri complicati motivi, creerete solo della confusione tra di esse. Le simpatie e la pietà per l'opposizione sono un pericolo per il Paese!».

Rubashov-Ingrao fece proprio questo, nel 1956, al tempo della rivoluzione ungherese, quella che il povero Di Vittorio, l'ex bracciante di Cerignola divenuto il capo della Cgil, cercherà di difendere, costretto anche lui dopo a ritrattare, perché rivolta di popolo, rivolta operaia, e che egli, allora direttore dell' Unità , definirà «un putsch controrivoluzionario». «Da una parte delle barricate a difesa del socialismo» era il titolo del suo editoriale. In questa pagina, chi legge troverà riprodotte altre miserie giornalistiche di quella che fu un'infamia dell'epoca.

Tredici anni dopo, Rubaschov-Ingrao farà la stessa cosa applicata su scala italiana: l'espulsione dei cosiddetti «dissidenti» del Manifesto , che pure erano «figli suoi», avevano coltivato nei pochi anni in cui, morto Togliatti, si era aperta la lotta per la segreteria, l'idea non tanto di un «altro comunismo», ma di un «comunismo altro», l'ennesima capriola dialettica con cui si cercava di tener dentro dissenso e consenso, post stalinismo e maoismo, contestazione studentesca, nuovi bisogni e massa operaia. Sarà suo il discorso più duro contro Rossanda, Pintor e Natoli, non solo perché ne rifiutava le analisi, ma perché andavano contro l'unità del partito. E infatti voterà per la radiazione del gruppo, che poi era il suo gruppo.

Eppure, nel coro commosso che ne accompagna la scomparsa, la parola che più riecheggia è «eretico», subito dopo accompagnata da quella formula che ha persino dato il titolo a un libro agiografico con lui ancora in vita, La certezza del dubbio , uno di quegli insopportabili ossimori di cui si compiace la politica italiana. Ma no, eretico Ingrao non fu mai, comunista ortodosso sempre, semmai; mai voltagabbana sotto questo aspetto. Quanto al dubbio, più semplicemente Ingrao era un demagogo che ignorava di esser tale, sincero, insomma, fedele a una fede che nel suo credo quia absurdum poteva mettere in discussione, per amore di dialettica, tutto, tranne il fine ultimo.

E però, si dirà, anche Ingrao ha ammesso di essersi sbagliato, si è persino indignato per l'errore... Anche qui occorre esser chiari e basta guardare le firme poste sotto ai necrologi in forma di articoli dei più importanti quotidiani italiani per capire. Non ce n'è uno che, seppellendo sotto un cumulo di elogi Ingrao, non mantenga in vita il se stesso che fu: giovane intellettuale di matrice ingraiana prima, e però opportunisticamente berlingueriano; dopo filo-occhettiano, un altro rampollo di Ingrao; poi seguace della Cosa di sinistra, qualunque cosa fosse («la felicità è nelle piccole cose», diceva già Trilussa); in seguito post-comunista in attesa di governo; infine approdato all'esegesi di una «ditta» a cui restare aggrappati sperando sempre che a sinistra ci sia un porto dove approdare, e dove non sia previsto un pontile per la socialdemocrazia. È un curioso esercizio mentale, un camaleontismo come estrema illusione di fingersi qualcosa di diverso da ciò che in realtà si fu, però illudendosi di continuare, sotto altro nome, la stessa prassi politica. Sotto questo aspetto, figli degeneri proprio di quell'Ingrao che, con il tradirlo per l'ultima volta, ora seppelliscono per sempre.

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