Interni

La macchina Mes arriva al traguardo. Tremonti: non usarla per fare "rapine"

L'ex ministro chiude il cerchio: l'11 luglio 2011 firmò per l'Italia il trattato istitutivo, ora guida la commissione Esteri che valuterà la ratifica. "Creato per gli eurobond, ha cambiato strada"

La macchina Mes arriva al traguardo. Tremonti: non usarla per fare "rapine"

Ascolta ora: "La macchina Mes arriva al traguardo. Tremonti: non usarla per fare "rapine""

La macchina Mes arriva al traguardo. Tremonti: non usarla per fare "rapine"

00:00 / 00:00
100 %

«Il Mes è come un'automobile. Può essere utile se ti serve per andare al lavoro, decisamente meno se la usi per fare una rapina. E, ovviamente, ogni riferimento all'impiego stile troika che ne fu fatto in Grecia è del tutto casuale». Giulio Tremonti è deciso a chiudere il cerchio. Proprio lui, che oltre un decennio fa - era l'11 luglio 2011 - rappresentava l'Italia nella riunione dei ministri finanziari dell'Ue in cui venne sottoscritto il trattato istitutivo del Mes. A quei tempi Tremonti era convinto della bontà di uno strumento disegnato con l'idea di «emettere eurobond contro la speculazione». Poi, caduto il quarto governo Berlusconi, sono arrivate le «modifiche» accolte «da Mario Monti» e, per restare all'esempio dell'automobile, la macchina del Mes ha preso «un'altra direzione».

Oggi Tremonti è presidente della commissione Esteri della Camera, che - spiega - «ha competenza per la ratifica dei trattati internazionali». Dodici anni dopo, insomma, l'ex ministro dell'Economia dei quattro governi Berlusconi sarà ancora in prima fila nel dibattito sul definitivo via libera italiano al Mes. Che arriverà di certo. E probabilmente entro metà luglio, visto che la proposta di legge di ratifica è attesa il prossimo 30 giugno nell'Aula di Montecitorio per la discussione generale. Durante la quale, dice in Transatlantico Tremonti prima di tornare a presiedere i lavori della «sua» Commissione, «interverrò facendo esattamente l'esempio dell'automobile», perché il punto è «capire dove vuole andare il guidatore».

La saga del Mes, insomma, è agli sgoccioli. Una vera e propria epopea, perché sul Fondo salva-Stati si sono combattute battaglie ideologiche e propagandistiche che non hanno granché senso considerando come in questi dodici anni siano cambiate modalità e obiettivi del Meccanismo europeo di stabilità, oltre a essere diverso il mondo nel suo complesso, a partire dai modelli industriali dei grandi Paesi Ue (la Germania su tutti). Eppure sul Mes si è consumato per un decennio uno scontro tutti contro tutti, arrivato fino ai giorni nostri nonostante sul tavolo ci sia una banale ratifica della sua riforma. Non si parla, insomma, di accedere al Fondo, ma solo di dare l'ok italiano alla possibilità che possa essere attivato per tutti i 20 Paesi dell'area euro. In 19 hanno già detto sì e da mesi a Bruxelles sono in attesa dell'Italia, peraltro ben sapendo che le possibilità che Roma si chiami fuori sono pari a zero. Eppure il tema è sensibile, perché da molti anni Giorgia Meloni e anche Matteo Salvini criticano duramente il Mes. Pur essendo stata l'attuale premier ministra della Gioventù del governo Berlusconi che nel 2010 contribuì a gettare le basi del Fondo salva-Stati. Un esecutivo che aveva il sostegno della Lega in cui - dagli scranni di Strasburgo - militava Salvini. Va detto che quando il 23 marzo 2011 il Parlamento Ue si pronunciò sul punto, l'attuale vicepremier non era presente al voto e alcuni eurodeputati del Carroccio (tra cui Lorenzo Fontana, oggi presidente della Camera) votarono contro. Sarà invece il governo Monti, il 2 febbraio 2012, a sottoscrivere a Bruxelles il trattato istitutivo del Mes. Facendo cadere, è la convinzione del presidente della commissione Esteri della Camera, il nesso tra Fondo e obbligazioni comuni europee.

Sei mesi dopo, a luglio 2012, la parola passerà al Parlamento italiano. Che ratificherà con il voto favorevole dell'allora Popolo delle libertà. Mentre la Lega, all'opposizione, voterà contro. In quell'occasione, però, Meloni non è presente, mentre - in dissenso dal suo gruppo - vota «no» l'attuale ministro della Difesa, Guido Crosetto. E nel Pdl si registrano altri 21 voti «ribelli». Tra questi, le astensioni di Tommaso Foti (attuale capogruppo di Fdi alla Camera), Francesco Paolo Sisto (oggi viceministro della Giustizia) e Laura Ravetto (ora deputata della Lega).

Commenti