Mai più un caso Brusca. "Ora si cambia la legge"

Il killer, mascherato, si scusò in un'intervista tv. Tra le norme da rivedere l'ergastolo senza benefici

Mai più un caso Brusca. "Ora si cambia la legge"

Un passamontagna nero copre interamente il viso, occhiali scuri impediscono di vedere l'espressione degli occhi, sotto il giaccone chiaro persino le mani sono nascoste dai guanti. Riappare nella mente il ghigno spalancato sull'anima di Totò Riina, nella foto da belva in gabbia. Qui l'unica possibilità di guardare dentro Giovanni Brusca, nel video della sua intervista di cinque anni fa rilasciata al documentarista francese Mosco Levi Boucault, è ascoltarne la voce, seguire il flusso delle parole, provare a intonare quel lungo sospiro dopo aver chiesto «scusa, perdono, a tutti i familiari delle vittime a cui ho creato tanto dolore e dispiacere». Un interminabile «eeeeeeeeeeee» cela tutto ciò che resterebbe da dire, il tentativo di essere creduto da chi ne avrebbe valutato le dichiarazioni per la scarcerazione, forse la speranza di arrivare a uomini e donne con le vite travolte dai suoi centocinquanta omicidi confessati. Poi le scuse alla moglie e al figlio per aver rovinato la loro vita sia da mafioso che da pentito e chissà quante altre intenzioni del cuore illeggibili agli uomini.

«Una cosa è la conversione cristiana, un'altra la collaborazione con la giustizia. Non bisogna fare confusione tra pentito e convertito», dice l'arcivescovo di Monreale, Michele Pennisi, la cui diocesi è stata segnata da tanto sangue. Pennisi, che lavora nella commissione creata da Papa Francesco in Vaticano per la scomunica delle mafie, invita i collaboratori di giustizia a «fare penitenza per tutta la vita per gli atroci delitti commessi, riparare al male fatto, chiedere perdono ai familiari delle vittime e applicare la giustizia riparativa», ovvero rimediare agli effetti della propria condotta. Impresa anche questa spesso sovrumana.

In termini giuridici la medesima questione è posta dall'ergastolo ostativo: introdotto dopo la strage di Capaci, nel 1992, esclude benefici, permessi, lavoro esterno, misure alternative, libertà condizionata per i colpevoli di reati di mafia (e di altri crimini tra i più efferati) che non abbiano accettato di collaborare con i magistrati e quindi di aiutare le vittime ad avere giustizia. Insieme al carcere duro, il 41 bis, e agli sconti di pena per i pentiti che abbiano rivelato gravi reati riscontrabili, è uno dei pilastri della legislazione contro la mafia legata alla memoria di Giovanni Falcone. «La legge nel 2021 va cambiata» dice il leader della Lega, Matteo Salvini, con il consenso dei Cinque stelle.

Sull'ergastolo ostativo il Parlamento dovrà pronunciarsi entro maggio 2022 dopo una sentenza della Consulta che l'ha dichiarato illegittimo nella formulazione, ma senza smantellarlo. A chiedere subito la riforma che ne confermi l'efficacia è Maria Falcone, la sorella di Giovanni: «La politica trasformi l'indignazione in legge. Concedere benefici a chi neppure ha dato un contributo alla giustizia sarebbe inammissibile e determinerebbe una reazione della società civile ancora più forte di quella causata dalla liberazione, purtroppo inevitabile, del macellaio di Capaci».

Vanno oltre Lega e M5S. Matteo Salvini dichiara che «chi ammazza deve stare in galera fino alla fine dei suoi giorni senza sconti e senza scorciatoie». Dopo la condanna della sindaca di Roma, Virginia Raggi, anche il grillino Nicola Morra è convinto che «la legge va cambiata» e che Brusca possa continuare a collaborare con la mafia, nonostante l'ex boss scarcerato abbia definito Cosa nostra «fabbrica e catena di morte, agonia continua».

A difendere i successi delle leggi antimafia, nella consapevolezza dei limiti da rivedere, restano la sinistra, Iv, magistrati e giuristi. Se ne lamentava invece proprio Giovanni Brusca, adesso scarcerato, nascosto in una località segreta e con obbligo di firma: «Chi collabora con la giustizia viene sempre denigrato e disprezzato».

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