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Mancini: "La mia vita a caccia di terroristi"

Gli Anni di piombo, il Libano e l'Irak. E le spie di Chávez in Vaticano

Mancini: "La mia vita a caccia di terroristi"

nostro inviato a Montegrotto Terme (Padova)

La sua biografia ha una colonna sonora speciale: le edizioni straordinarie dei Tg e i titoloni sparati dai quotidiani per un lungo periodo della nostra travagliata storia. Brigatisti. Terroristi rossi e neri. Bombaroli libanesi e medio orientali. Strateghi del terrore. Marco Mancini li ha individuati, li ha pedinati, li ha catturati sventando attentati e agguati. E noi ogni volta abbiamo tirato un sospiro di sollievo.

È lui il 15 gennaio 1983 ad arrestare a Milano, in mezzo alla strada, Sergio Segio, la primula rossa di Prima linea, una delle "firme" più pesanti degli anni di piombo, autore di una lunga serie di delitti. Una notizia che atterra sulle prime pagine dei quotidiani e segna uno spartiacque nella durissima lotta all'eversione. È ancora lui a riportare in Italia Giuliana Sgrena, l'inviata del Manifesto rapita a Bagdad. È il 4 marzo 2005 e quel giorno sulla strada dell'aeroporto muore l'agente Nicola Calipari, abbattuto per errore dal fuoco amico degli americani. Un episodio che tutti gli italiani non più giovanissimi hanno nello specchietto retrovisore della memoria. La foto di Mancini, peraltro non gradita all'interessato abituato alla discrezione più assoluta, che aiuta la giornalista a scendere dalla scaletta dell'aereo è nell'album della nostra storia patria.

Ancora lui il 17 settembre 2004 blocca davanti a una moschea di Beirut Ahmad Mikati, il capo della cellula libanese di Al Qaeda che ha preparato 400 chili di tritolo per l'ambasciata italiana. Un altro colpo che fa il giro del mondo e che vuol dire una cosa sola: grazie a questa operazione da 007 l'Italia si è salvata dal suo 11 settembre e non ha pianto le vittime di quella che sarebbe stata una terribile carneficina. Un altro aneddoto, proprio dopo l'11 settembre: "Il presidente Berlusconi mi aveva nominato capo del controspionaggio e del controterrorismo e individuiamo le minacce che un nunzio apostolico subisce. Minacce di morte. Allora il Vaticano prende il Papa e lo porta a Roma. Però lo vogliono incastrare. I servizi segreti venezuelani mandano a Roma due agenti, due donne meravigliose, con un piano ben preciso. Io vado a parlare con il Santo Padre e dico: Succede questo, vogliono approfittare sessualmente di questo sacerdote. Vado a parlare con il sacerdote e lo avverto che sono arrivate due donne che vogliono incastrarlo. Il nunzio apostolico, addomesticato da noi, le riceve e le fa entrare in camera da letto. In quella camera c'eravamo passati noi poco prima: era tutto monitorato, una sorta di Grande Fratello. Queste due donne ci provano, ma l'operazione fallisce".

Marco Mancini ha avuto almeno tre vite: la prima nei reparti speciali dei carabinieri del generale Dalla Chiesa, nella prima linea della lotta al partito armato; poi una seconda, altrettanto avventurosa, come agente del Sismi e capo del controspionaggio. Ora, dopo le polemiche per l'incontro all'autogrill con Matteo Renzi e il pensionamento forzato, vive una terza esistenza in cui fa l'analista e il commentatore. Quel che capita ai grandi calciatori e tennisti che a un certo punto lasciano scarpette e racchetta e impugnano il microfono davanti a una telecamera. Solo che lui maneggia Iran e Venezuela come fossero il cortile di casa sua.

Mancini è una miniera di informazioni e ragionamenti, un archivio vivente, da consultare però non con la pacatezza degli studiosi ma a colpi di adrenalina. Immaginiamo che più di un segreto se lo sia tenuto per sé, ma se si legge, e lo si divora di corsa, il suo libro Le regole del gioco, pubblicato nel 2023 da Rizzoli, si scoprono altre due cose fondamentali. Anzitutto, Mancini si è dato una regola aurea da rispettare: lui rappresentava lo Stato e pur rischiando qualcosa, e più di qualcosa, ha sempre cercato di rispettare le regole del diritto e della convivenza civile. Non è retorica, quando ad esempio punta la canna della pistola alla nuca di Segio, temutissimo e sanguinario assassino, potrebbe sparare e prevenire possibili conflitti a fuoco, pericolosi per definizione, per di più sull'asfalto affollato di Milano. Ma non si può, sarebbe un'esecuzione a freddo, da paese sudamericano. Segio è disarmato e alza le mani in segno di resa. Va bene così. Ma va ancora meglio perché anche la coscienza è salva.

L'altro aspetto, sconcertante, è la sgangheratezza del nostro Paese. Mancini si ritrova faccia a terra, a Bagdad, con un mitra puntato addosso. Capisce che forse tutto è perduto e decide di ingoiare la sim che contiene tutti i suoi contatti iracheni. Mesi dopo, incredibile ma vero, quel gesto coraggioso gli viene addebitato con tanto di sanzione da pagare, 700 e passa euro, come un eccesso di velocità immortalato dall'autovelox. Qualcosa che si ritrova nella interminabile vicenda di Abu Omar, l'imam rapito dalla Cia a Milano con l'aiuto di alcuni investigatori tricolori. Mancini viene messo in mezzo, l'arrestano, poi il governo, anzi in governi, mettono sulla vicenda il segreto di Stato.

Il processo si interrompe, lui chiede lo stesso di poter raccontare in aula la verità, la sua verità, perché non vuole ombre dietro la propria immagine. Ma il divieto di parlare e difendersi gli resta appiccicato addosso. Come una maledizione. Ancora oggi.

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