Mattarella e Conte all'addio di Megalizzi Il vescovo: «Un figlio della nostra terra»

Alle esequie anche Tajani. Sulla bara la bandiera dell'Ue e quella dell'Italia

Francesco Barone

Trento Un bagno di folla ieri ha invaso il duomo di Trento per l'ultimo saluto ad Antonio Megalizzi, il giovane giornalista rimasto vittima nell'attentato che la settimana scorsa ha colpito Strasburgo. Giunti a Trento il Presidente della Repubblica Mattarella e il Presidente dell'Europarlamento Tajani, si sono celebrati i funerali di Stato, a cui hanno preso parte tra le altre autorità civili e militari anche il Presidente della Provincia Fugatti, l'ex presidente Rossi, il rettore dell'Università di Trento Collini e l'Assessore Bisesti oltre a numerosi parlamentari e sindaci, per dare l'ultimo saluto ad «Antonio l'europeo», come è stato soprannominato negli ultimi giorni per il suo sogno europeista. Ma Antonio non era solo «l'europeo»; era un giornalista che stava terminando il suo periodo per diventare pubblicista e realizzare il suo sogno di raccontare in radio l'Europa, era un figlio, un fratello e un fidanzato. Antonio era uno studente, era - per utilizzare le parole dell'Arcivescovo di Trento - «un figlio della terra italiana in lui riunita, non solo idealmente, dalla Calabria al Trentino» assassinato con «una violenza cieca e assurda che ha colpito al cuore una famiglia e ha tramortito un'intera comunità».

Nel duomo, talmente pieno che durante il Padre Nostro la pietra sembrava non contenere la commozione, il dolore, la rabbia ma anche la speranza dell'intera comunità, si sono riunite tutte le forze propositive che Antonio rappresentava: gli amici di una vita, i colleghi della stampa, la comunità accademica di cui faceva parte, la città di Trento che lo ha adottato, i compaesani calabresi, l'Italia e l'Occidente colpiti dall'odio. Un'intera società ferita nel profondo e che nel dolore ha serrato i ranghi e si è ridestata per la perdita di uno dei suoi figli. «Terremo viva la memoria di Antonio - spiega commosso il Rettore - organizzando momenti di dibattito sui temi a cui ha dedicato la vita, momenti di dibattito onesto, naturalmente serio e non preconcetto come lui avrebbe voluto e come tutti i nostri studenti sono certo vogliano». Gli amici e i colleghi, con le parole rotte dal pianto, hanno voluto ricordare un altro volto di Antonio, quello vero: era un giornalista appassionato e instancabile, sempre alla ricerca della notizia e «di una dichiarazione strappata nei corridoi a Strasburgo», un ragazzo che «dai tempi della scuola puntava alla radio e che ce l'aveva fatta». Il suo soprannome dai tempi della scuola era «Mega», perché pensava in grande. Il feretro, avvolto nel Tricolore e nella bandiera dell'Unione Europea, ha lasciato il duomo con un interminabile applauso dopo l'inno alla gioia, anche se ben poco c'era di gioioso oltre al suo testamento spirituale. «Il tempo è troppo prezioso per passarlo da soli. La vita troppo breve per non donarla a chi ami. Il cielo troppo azzurro per guardarlo senza nessuno a fianco. Nulla muore e tutto dura in eterno»: Antonio, l'uomo.

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