Mentre al Quirinale Sergio Mattarella presenzia alla cerimonia di consegna delle Onorificenze al merito della Repubblica invitando tutti a "non rassegnarsi" nonostante la guerra sia "tornata a spargere sangue nel mondo", a Palazzo Chigi Giorgia Meloni presiede due riunioni dedicate alla crisi in Medio Oriente.
La prima - a cui partecipano i ministri Antonio Tajani (Esteri), Guido Crosetto (Difesa) e Gilberto Pichetto Fratin (Ambiente e sicurezza energetica) insieme ai sottosegretari alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari - è focalizzata sulla presenza italiana nelle zone calde, sia civili che militari. Nel primo caso, la preoccupazione è soprattutto per gli italiani in Iran, che - tra residenti e persone in transito - sono circa seicento, tutti concentrati nell'area di Teheran. Di questi, spiega Tajani, solo "una quarantina vogliono rientrare" in Italia, insomma "non tantissimi". Per gli altri, la preoccupazione che rimbalza dall'intelligence, è il rischio che alcuni di loro possano essere usati come ostaggi nel caso la crisi si inasprisca ulteriormente. Più in generale, aggiunge il ministro degli Esteri, a ieri sera dall'area del Golfo "sono rientrati tra i 2.300 e i 2.500 italiani" su un totale complessivo che la Farnesina quantifica in 70mila.
Altro nodo critico è invece la presenza di militari italiani nell'area. Sono diverse le zone interessate, a partire dagli oltre mille soldati schierati nell'ambito della missione Unifil (operazione Leonte) nel Libano del Sud, in un'area compresa tra il fiume Litani a nord e la Blue line (il confine di fatto con Israele) a sud. Un fronte che dopo i raid di Tel Aviv sui sobborghi di Beirut e sulla parte meridionale del territorio libanese è sempre più caldo. Spostandosi a sud-est di circa 1.800 chilometri si arriva in Qatar, alla base aerea Al Udeid. I militari italiani operativi sono solo alcune decine e nell'ambito di un contingente multinazionale che coinvolge una ventina di Paesi, ma il Caoc (Combined air and space operations center) è il centro nevralgico delle attività aeree degli Stati Uniti in tutta l'area del Medio Oriente.
Sul fronte strettamente militare, altro dossier chiave è il ruolo della base siciliana di Sigonella e del vicino Muos di Niscemi. La prima è considerata una sorta di portaerei del Mediterraneo. Crosetto ha detto che al momento gli Stati Uniti non hanno presentato alcuna richiesta all'Italia per un utilizzo che vada oltre le consuete attività logistiche, ma resta il fatto che Sigonella è uno dei principali hub mondiali per le operazioni militari con droni. Così come le gigantesche antenne del Muos (Mobile user objective system) nel cuore della Sicilia sono il grande fratello elettronico degli Stati Uniti nei cieli e nei mari (dove si muovono i sottomarini nucleari) di almeno un quarto di mondo.
La seconda riunione di Palazzo Chigi - a cui si aggiungono Claudio Descalzi e Agostino Scornajenchi, ad di Eni e Snam - è invece focalizzata sulla sicurezza energetica. L'attenzione del governo "è massima", ma al momento non filtra un'eccessiva preoccupazione.
In prospettiva, il timore è che un minore afflusso di risorse verso un gigante come la Cina - che ha già visto chiudersi i rubinetti del Venezuela - possa spingere Pechino a muoversi sui Paesi che sono nostri fornitori primari come per esempio l'Algeria. Ma la convinzione è che l'Italia abbia comunque un'autonomia energetica di mesi. Insomma, un cauto ottimismo. Ovviamente, a meno che il conflitto in Iran non prenda la piega della guerra in Ucraina.