Un pranzo di un'ora e mezza a Palazzo Chigi per fare il punto a 360 gradi sui dossier più critici. Si parte da Donald Trump e dall'emergenza energetica, si parla della riforma della legge elettorale e - assicurano i presenti - si decide invece di lasciare in stand by la questione nomine ai vertici di Consob e Antitrust, segno evidente che l'intesa sul tandem Federico Freni (sottosegretario leghista all'Economia) e Saverio Valentini (vicino a Forza Italia) ancora non c'è.
Sono questi, e probabilmente anche altro, i temi sul tavolo del vertice di maggioranza con Giorgia Meloni, Antonio Tajani, Matteo Salvini e Maurizio Lupi. Che alla vigilia dell'arrivo a Roma del segretario di Stato americano Marco Rubio (oggi sarà in Vaticano, domani è atteso a Palazzo Chigi) non possono che concordare sulla necessità di tenersi a debita distanza da un Trump sempre più inaffidabile e cercare allo stesso tempo di lasciare un canale aperto con Washington. L'altra faccia della medaglia di queste riflessioni è la crisi energetica seguita al blocco di Hormuz (ieri si sono valuti anche gli scenari di un'eventuale partecipazione di cacciamine italiani a una missione internazionale). Sull'energia è infatti necessaria una risposta nel breve periodo e una nel lungo per "ridurre la dipendenza da fonti esterne". Sul primo fronte, il governo insisterà con Bruxelles per la deroga al patto di Stabilità. Sul secondo, si legge in una nota di Palazzo Chigi, ci sarà una "accelerazione del percorso verso il nucleare". "I tempi non li detta il governo ma il Parlamento", però "confido che l'approvazione della legge delega avvenga entro la pausa estiva", spiega il ministro dell'Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin.
Deadline identica per la riforma della legge elettorale, che - come è noto da mesi - Meloni vorrebbe chiudere in prima lettura alla Camera entro fine luglio, ma tenendo aperta la porta al dialogo con l'opposizione (ieri in Transatlantico c'è chi ha notato un certo attivismo del ministro Francesco Lollobrigida). Durante il vertice, la premier avrebbe chiesto conferma agli alleati sull'intenzione di procedere spediti, perché - continua a ripetere - con la legge attuale il pareggio o quasi pareggio è lo scenario più probabile e Meloni tutto vuole fuorché ritrovarsi costretta a un governo di larghe intese. Sul punto, Salvini non avrebbe avuto esitazioni. "Andremo dritti" dice il leader della Lega, che avrebbe trovato un accordo numerico sul listino per compensare l'addio ai collegi uninominali. "Continuano a dire che noi freniamo, allora spiegatemi perché la Lega è l'unico partito che in Affari costituzionali non ha chiesto neanche una delle oltre sessanta audizioni in corso. Io più di così non so che fare...", dice il capogruppo in Affari costituzionali Igor Iezzi. D'accordo sull'andare avanti Tajani, anche se Forza Italia avrebbe dei dubbi sul listino per la distribuzione del premio, convinta che a beneficiarne sarebbe soprattutto la Lega. Però il presidente degli Affari costituzionali, l'azzurro Nazario Pagano, nega categoricamente che si voglia temporeggiare: "É una fesseria. Siamo disponibili a confrontarci con le opposizioni, ma puntiamo a chiudere alla Camera entro l'estate". Poi, certo, resta da capire qual sia il reale interesse di Forza Italia - e della famiglia Berlusconi - a modificare la legge attuale, con cui gli azzurri possono ritagliarsi un ruolo centrale non solo nel caso di pareggio, ma anche con una sconfitta risicata.
La legge elettorale, però, è un po' come il rimpasto: si sa come ci si arriva, non come se ne esce. Soprattutto considerando che alcune modifiche - l'entità del premio e il nodo Trentino Alto Adige - andranno fatte.
Pure il fatto che Meloni abbia riproposto l'introduzione delle preferenze non aiuta. Non le vuole nessuno, neanche dentro Fdi. Anche per questo la prossima settimana è prevista una riunione dei tecnici della maggioranza.