Chi in presenza, chi da remoto, comunque allo stesso tavolo. E per ora senza Stati Uniti. Le medie potenze fanno la loro mossa, se non per sbloccare militarmente nell'immediato lo Stretto di Hormuz, per presidiarlo in futuro assicurando approvvigionamenti e tornando al diritto internazionale. Leit motiv tra Parigi e Londra, promotrici della Conferenza sulla navigazione che si apre oggi alle 14 all'Eliseo. E tra Roma e Berlino, da cui è arrivato ieri un semaforo verde per incontrarsi nel formato E4: Italia, Francia, Regno Unito, Germania, in presenza e con una linea comune che non vuole abbandonare la diplomazia ma che mette pure sul tavolo ipotesi concrete di schieramento di mezzi navali in prospettiva, preferibilmente con cappello Onu.
Pronta dunque a volare all'Eliseo la premier Meloni, che ieri si è anzitutto congratulata con i governi libanese e israeliano per il cessate il fuoco raggiunto: "Importante risultato grazie alla mediazione americana", scrive auspicandone il pieno rispetto che possa portare a negoziati e a una pace duratura. Ma oggi a Parigi gli occhi di Meloni saranno su Hormuz, consapevole che circa il 3% del petrolio a cui attinge l'Italia passa da lì, come il 6% del fabbisogno di gas, estratto soprattutto dal Qatar tuttora in stand by, è del 20% del chrosene per gli aerei. L'ufficialità della presenza della data ieri da Palazzo Chigi è giunta all'unisono con quella del cancelliere Merz. Interlocuzioni in serie. Il vertice ha così cambiato formato rispetto alla video-call ipotizzata da Macron (nella foto) e Starmer con una quarantina di leader che pure si collegheranno. È il segnale di 4 europei che hanno deciso di unire le forze nel formato E4, ora più che cruciale per la gestione di una crisi in Medio Oriente altrimenti alla mercé degli umori del presidente americano e degli ayatollah.
Oggi a Parigi sarà dunque l'Europa (con l'Italia in prima fila e che da sola vanta più "cacciamine" degli Stati Uniti) a provare a capire se tra i Paesi coinvolti nei lavori dalla pattuglia europea inclusi Canada, Australia, Giappone e Corea del Sud e partner del Golfo si possa davvero dar vita a operazioni di sminamento a Hormuz, come discusso già due giorni fa a Parigi nel summit militare al quale ha partecipato anche la Marina italiana. Resta l'incognita del "quando", visto che il N.1 del Pentagono, Hegseth, ieri ha annunciato che il blocco Usa ad Hormuz resterà "finché serve". Mentre secondo Teheran "qualsiasi interferenza nello Stretto non farebbe altro che complicare la situazione". La Germania in linea di principio è disposta a partecipare alla messa in sicurezza della rotta, ma presuppone "la fine delle ostilità", nonché un mandato Onu e il sì del Bundestag. Parole quasi fotocopia rispetto a quanto sostenuto finora da Meloni, che gradirebbe un via libera delle Nazioni Unite ed ha evocato un passaggio parlamentare. Berlino potrebbe partecipare alla "Coalizione dei Volenterosi" con navi sminatrici MJ332 (ne ha dieci) o da ricognizione. Base logistica, Gibuti, nell'Africa orientale.
Alla deriva, ormeggiate e da fondo, le mine restano il pericolo più grande; azionate da sensori. Macron definisce l'eventuale missione "strettamente difensiva e separata dalle parti belligeranti"; da dispiegare "non appena la situazione lo consentirà" ed escludendo ogni integrazione con l'attuale blocco Usa. Più aperto, Merz: "Anche la partecipazione delle forze armate statunitensi sarà discussa, ci sono validi argomenti a favore, ma ne parleremo a Parigi". Restano mille e una cautela. Primo: la tregua fragile in vigore dall'8 aprile. Le due settimane di proroga sono considerate garanzie insufficienti a procedere. Starmer ripete che non è la nostra guerra.
Macron ieri ha interpellato pure il premier indiano Modi, che concorda sulla necessità di ripristinare con urgenza la libertà della navigazione. Azioni in loco con almeno un cessate il fuoco circostanziato, insistono Roma e Berlino. Accantonata l'idea di missioni Nato, l'Europa dei leader accelera.