Mezzo Paese al sicuro (sotto la mafia)

Un esperto di antiterrorismo a il Giornale: "Nell'ipotetica mappa del rischio il sud è paradossalmente meno esposto: dove c'è qualcuno che sorveglia o addirittura gestisce il territorio le infiltrazioni sono molto più difficili"

Mezzo Paese al sicuro (sotto la mafia)

Non c'è un allarme specifico sul Vaticano. Ministero dell'Interno e Digos smentiscono l'allerta dei servizi americani e israeliani. La posizione dell'Italia ora è ferma: nessun allarmismo, non esistono segnali circostanziati di un possibile attacco terroristico ad opera di cellule legate all'Isis. In serata però il prefetto della capitale ha deciso di rafforzare «le misure già varate dopo l'attentato di Parigi» e ha spiegato che si valuta di «attuare ulteriori particolari dispositivi di vigilanza fissa e in forma dinamica».

L'attenzione è altissima, in particolare sui simboli della Cristianità. Solo a Roma sono oltre mille i cosiddetti obbiettivi sensibili. In alcune città sono i prefetti a chiedere un rafforzamento dei controlli, come i metal detector alla torre di Pisa, dove la proposta è stata avanzata dal prefetto Attilio Visconti. «Abbiamo fatto ulteriori verifiche - ha chiarito ieri il ministro dell'Interno Alfano - e a noi non risulta» un allarme specifico su San Pietro, «anche se il Vaticano è stato più volte citato dall'autoproclamato Califfo dell'Isis». Il capo della Digos, Diego Parente, si associa: «Non c'è al momento nessun riscontro sulle minacce al Vaticano ma l'allerta è massima».

Pur in assenza di segnalazioni precise dall'antiterrorismo, l'attività di controllo è altissima soprattutto su due fronti: obbiettivi cristiani e obbiettivi ebraici. La sorveglianza è innalzata anche nei posti di transito, che sono al contempo luoghi di aggregazione di massa e possibili cancelli di accesso per gli autoproclamati «combattenti». E quindi, a Roma, uno dei luoghi più sorvegliati in questo momento è il ghetto ebraico, ora pedonalizzato, con la Sinagoga e la scuola. È già stata innalzata la sorveglianza nell'area di San Pietro, come di altre basiliche simbolo (San Paolo e San Giovanni), negli aeroporti di Fiumicino e Ciampino, alla stazione Termini, nel porto di Civitavecchia. Tutti i cosiddetti «ghetti» ebraici sono sotto stretto controllo, come quelli di Padova e Bologna. Anche se in questo caso esiste già una collaudata «polizia» interna. Il ruolo di controllo territoriale in generale viene ritenuto importantissimo come primo deterrente al terrorismo, pur nei paradossi. «Nell'ipotetica mappa del rischio - spiega al Giornale un esperto di antiterrorismo - il sud è paradossalmente meno esposto: dove c'è qualcuno che sorveglia o addirittura gestisce il territorio, mafia e malavita, le infiltrazioni sono molto più difficili, a meno di alleanze per ora escluse se non impossibili». A Bologna vengono considerati obiettivi altamente sensibili la Sinagoga e la basilica di San Petronio. Massima attenzione anche a Firenze, in particolare alla basilica di Santa Maria Novella e alla stazione, e al Duomo di Milano con gli aeroporti di Malpensa e Orio al Serio, oltre che alla Stazione Centrale.

Sorveglianza aumentata anche nel terzo aeroporto italiano, il Marco Polo di Venezia. A Venezia sono intensi i controlli anche nel porto, dove fino ad una settimana fa arrivavano navi dalla Siria. Nella rete dei siti da sorvegliare sono inseriti quei luoghi di culto meno conosciuti, ma dotati di altissimo valore simbolico, come la basilica di Loreto, nelle Marche. L'allerta è estesa a tutte le basi e alle caserme americane, come quella di Camp Derby, in Toscana, e la caserma Ederle, in Veneto, e alle sedi dei giornali, anche se l'attacco a Charlie Hebdo viene considerato non riproducibile in Italia per il ruolo specifico del settimanale colpito. Rinforzata la sorveglianza delle ambasciate e dei consolati americani, francesi e israeliani. Gli obbiettivi possono essere potenzialmente infiniti, nel momento della grande paura europea ogni città è a rischio, ogni luogo molto frequentato è esposto, ed è per questo che il tentativo è quello di non creare allarmismi basati solo su supposizioni, affidandosi alle indicazioni precise dell'intelligence e dell'antiterrorismo, ora dedicati in particolare al controllo del luogo per eccellenza in cui le nuove cellule «di guerra» si ritrovano e si alimentano: internet, la piazza parallela del reclutamento.

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