Mici venerati, agnelli sacrificati. Quando la fede è bestiale

Il gatto è senza dubbio il prediletto dai musulmani, il cane è invece il compagno fidato dei santi cristiani

Mici venerati, agnelli sacrificati. Quando la fede è bestiale

Milano Si racconta che una volta «Muezza», la «micia» del Profeta, stesse dormendo nella manica di una sua tunica e che Maometto abbia deciso di tagliarsi la manica pur di non svegliarla. Il gatto è l'animale prediletto dai musulmani e questi felini, che non molto tempo dopo furono perseguitati nel Medio evo cristiano - con tanto di bolla papale - sono ancora, tanto che capita di vederli sonnecchiare fin sulle finestre delle moschee. E nell'antico Egitto, d'altra parte, erano venerati come divinità.

Il cane è considerato meno puro dall'islam, ma è molto presente nell'iconografia cristiana e spesso raffigurato come compagno fidato dei santi. Eppure è ancora proverbiale, come immagine di scarsa fortuna, quella del «cane in chiesa». Probabilmente era considerato come «immondo» anche dai cristiani, quindi, prima di diventare un amico.

Sono mille gli spunti offerti dallo studio del rapporto fra fede e animali, domestici e non. La questione è da sempre al centro di ricchissime riflessioni e tradizioni e la teologia degli animali, che occupa un posto speciale nei monoteismi, è destinata a ricevere attenzioni sempre maggiori, in tempi di ambientalismo e nuovi regimi alimentari. Un docente di Giudaismo e Antico Testamento in vari atenei, Gianfranco Nicora, ha rivisitato alcuni personaggi biblici concentrandosi proprio su questi «altri esseri viventi». Il compendio si intitola «Anche gli animali pregano» e nella prefazione cita l'enciclica «Laudato si'» che ha riportato il tema al centro dell'attenzione. Colpiscono le affinità fra le religioni abramitiche. In generale è condivisa l'idea degli animali come parte del creato, quindi rispettati, sebbene in posizione subordinata rispetto all'uomo. Restano aspetti critici, come la Festa del sacrificio, mentre l'agnello pasquale è solo tradizione.

Un intervento pubblicato su un giornale on line islamico, «La Luce», di recente ha ribadito che per i musulmani esiste ancora una «doverosa distinzione fra cane e gatto». Si ricorda che un cane fece la guardia ad alcuni dormienti nella grotta, nella Sura della caverna e si ammette la possibilità di tenerlo per esempio come pastore, ma non si transige sui cani in casa, «sia per ragioni spirituali, il suo odore scaccia gli angeli, che per ragioni di igiene». «Secondo una tradizione islamica - si legge - chi tiene un cane in casa le sue buone azioni diminuiranno ogni giorno di un qeeraat».

Le regole sulla «compagnia» si intrecciano con quelle sull'alimentazione. E lo fanno coerentemente nell'ebraismo. Un esempio: «Quando si torna a casa - spiega Vittorio Bendaud, coordinatore del tribunale rabbinico del Nord Italia - prima si dà da mangiare agli animali, che dipendono da noi, e solo dopo mangiano le persone. Non solo, nella Bibbia, il comandamento del sabato va osservato anche per il bue e per l'asino. Insomma, anche gli animali godono di diritti». Un fatto ovviamente rivoluzionario. E la giurisprudenza rabbinica riserva una grande attenzione al mondo animale. «Nel Pereq Shirà, componimento mistico dell'ebraismo medievale, molto pregato e possibile ispirazione del Cantico francescano - prosegue Bendaud - si passa dagli astri ai fenomeni atmosferici e si arriva ai vegetali, agli animali, fra cui infine un cane». La prospettiva è una sorta di «alleanza fra creature». Ecco le regole alimentari. «Nell'apertura della Genesi, la narrazione biblica parla del creato in una prospettiva di eternità, ed è chiaro che uccidere significa introdurre la morte. Ci si dovrebbe cibare solo di frutti della terra e degli alberi. Come ideale l'umanità avrebbe il vegetarianesimo. Solo dopo il Diluvio viene concessa come deroga la possibilità di cibarsi di animali, seppur non vivi e con il minimo di sofferenza per l'animale, quindi con grandi restrizioni. Per i quadrupedi, sono ammessi in definitiva solo animali che non si cibano di altri animali». Da qui l'alimentazione kosher (che vuol dire «idoneo»). «L'alimentazione è un atto religioso, e quindi anche la macellazione lo è. Non è un mai un atto neutro, perché sottrae una vita». Per queste stesse ragioni l'ebraismo non ammette mai le corride, così come gli spettacoli in cui gli animali soffrono.