Il sindaco che non dice mai no agli ultrà-chic

Il corteo contro i soprusi solo uno "spot" di Pisapia, ieri fischiato anche da San Siro

Il sindaco che non dice mai no agli ultrà-chic

Milano - Dire «no». Tanti no al momento giusto avrebbero davvero fatto la differenza nella Milano del caos. Il sindaco Giuliano Pisapia ha voluto vedere nel suo corteo-passerella di domenica la risposta della «città che dice no ai soprusi». Ma è stato solo uno spot, che ha convinto a malapena i suoi. E anche i milanesi, che ieri sera in 30mila lo hanno sonoramente fischiato a San Siro, mentre dava il calcio d'inizio alla partita di beneficenza «Match for Expo.

Ora, è chiaro che i devastatori del 1° maggio dovranno essere perseguiti personalmente. Ma è vero anche che prosciugare quel mare di simpatie di cui l'area antagonista gode da tempo avrebbe isolato i violenti, neutralizzandoli. E la sinistra milanese, molto chic e molto radicale (nel senso di estremista) in realtà ha detto molti sì e ha bofonchiato troppi «ni», finendo per legittimare il vasto mondo dei centri sociali. Si è avuto semmai l'impressione di tornare al «soccorso rosso», che difendeva e tirava fuori dai guai i militanti politici.

Il no ai soprusi non è stato detto, per esempio, quando un manipolo di anarchici ha occupato l'albergo in zona via Washington: Forza Italia non ha ottenuto neanche una firma dal centrosinistra sotto la mozione che ne chiedeva lo sgombero. Il no non è arrivato quando il collettivo Macao ha occupato la torre Galfa in pieno centro, e il sindaco è andato a dire ai «ragazzi» che sono «una risorsa». Ed è saltata solo pochi giorni fa in Comune la delibera che doveva «legalizzare» il «Leoncavallo». D'altra parte l'era Pisapia a Milano era iniziata con un assessore alla Casa che aveva pubblicamente affermato che «in caso di bisogno occupare non è reato». Ancora, il braccio destro del sindaco è Paolo Limonta, vicino ai centri sociali. D'altra parte, il presidente della commissione Sicurezza fino a poche settimane fa era un altro amico dei centri sociali, l'avvocato Mirko Mazzali, che dopo gli scontri ha ammesso che i colpevoli dei disordini «non sono fascisti». E lo stesso Pisapia ha assistito la famiglia di Carlo Giuliani, scrivendo la postfazione al libro dedicato ai fatti di Genova e descrivendo il giovane morto nel corso degli scontri come «un ragazzo che sognava un futuro migliore per il nostro Paese».

Grottesco è sembrato il monito di un altro assessore, l'aspirante sindaco Pierfrancesco Majorino (Pd): «Fuori dalle nostre liste chi pratica o tollera la violenza», accompagnato da una stentorea professione di fede non-violenta che è suonata come una gaffe. Il patriarca della non-violenza, Marco Pannella ha fatto risalire le esplosioni violente delle piazze ai frutti avvelenati «di una parte del '68», e ai «riflessi» per cui «i fini giustificano i mezzi». E il mondo che stava alla sinistra del Pci, per quanto imborghesito, è stato ingrediente decisivo nell'esperimento arancione del 2011.

Dietro la retorica della «città che reagisce», poi, c'è stata in realtà forte tensione. Non solo sulla paternità del corteo «Nessuno tocchi Milano», attribuita al sindaco e in realtà del Pd. È anche sul tema «No Expo e centri sociali» che il Pd vuole un taglio netto, fin da quando la sinistra arcobaleno ha fatto l'imperdonabile sgarbo di riempire due sale di Palazzo Marino per criticare l'evento proprio nel giorno in cui Matteo Renzi sbarcava a Milano per battezzarlo. E nel Pd adesso sono irritati, non tanto con Pisapia, quanto con il'ansia di visibilità dei suoi. «Il Pd è più avanti di una certa sinistra arancione e di qualche quotidiano che ne fa da velina». In piazza, per i renziani c'era il «partito della nazione», quello che gli arancioni e i centri sociali li vuole archiviare.

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