Il ministero in silenzio riporta il gender in aula: "Combattere l'omofobia"

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Il ministero in silenzio riporta il gender in aula: "Combattere l'omofobia"

Nell'«album di famiglia» del Pd, per usare una felice espressione di Rossana Rossanda, le figurine Lgbtq+ occupano un posto così importante che Enrico Letta ne è ossessionato, tanto da venire a Milano a parlare di come far rientrare da qualche finestra il ddl Zan che il Parlamento ha mandato in soffitta. «Non ci arrendiamo - sibila - il testo va cambiato senza snaturarlo», negando come gli odiosi reati contro gli omosessuali siano già ampiamente normati. Ma tant'è. D'altronde, la crisi morde, le bollette lievitano, la guerra è alle porte ma a sinistra si pensa sempre a come titillare i desiderata delle minoranze in chiave elettorale. Perché l'obiettivo vero del ddl Zan è portare il gender nelle scuole.

E dunque non c'è da stupirsi se l'ossequioso ministro dell'Istruzione Patrizio Bianchi destini il suo tempo a ricordare ai presidi delle scuole tramite la Direzione generale che il 17 maggio prossimo si devono «creare occasioni di approfondimento in occasione della Giornata contro le transfobie in ogni scuola di ogni ordine e grado». Già, il ministero chiede alle maestre delle Elementari di innescare un bombardamento ideologico sulla fluidità di genere. «Con il rischio - dice Maria Rachele Ruiu di Provita e Famiglia - di confondere o peggio traumatizzare i bambini e le bambine in un'età delicatissima». Come è già successo in provincia di Modena, dove in nome di un progetto di educazione sessuale e affettiva per bambini di 10 e 11 anni si sarebbe dovuto parlare di masturbazione, orgasmo, preservativo, anticoncezionale e come essere transgender. Alè.

Ora, peggio dei cattivi maestri ideologizzati ci sono quelli con la memoria corta. A proposito di discriminazioni, chissà se qualche insegnante delle medie avrà la forza - in una di queste «occasioni di approfondimento» - di ricordare come il Pci trattava gli omosessuali. Il campionario migliore è quello raccolto da Filippo Maria Battaglia nel suo Ho molti amici gay di qualche anno fa: «È meglio che un bambino cresca in Africa piuttosto che con due uomini o due donne» (Rosi Bindi); «Jean-Paul Sartre era un degenerato lacchè dell'imperialismo, che si compiace della pederastia e dell'onanismo» (Enrico Berlinguer); «se avessero messo accanto ad André Gide (comunista pentito e gay, ndr) un energico e poco schizzinoso bestione in cerca di metafisiche soddisfazioni, quanto bene avrebbe detto della Russia al suo ritorno» (Palmiro Togliatti), e così via. Lo sapeva bene Pier Paolo Pasolini e più recentemente Nichi Vendola, prima cacciati da Botteghe Oscure, oggi osannati. Profetico fu Giancarlo Pajetta nella seconda metà degli anni '80. «Prima le putt..., adesso i finocchi, ma che c... è diventato questo partito?».

Già, il Pd è il classico catch all party, la caccia a chiunque, snaturando il proprio elettorato e la propria identità, con il rischio di trovarsi in lista non solo il padrone e l'operaio ma anche il cattolico praticante e l'omosessuale che compra i figli all'estero, di osannare «l'esperienza della genitorialità» (sempre Letta) senza condannare l'odioso utero in affitto che demolisce il rapporto madre-figlio in nome del peggior capitalismo.

Mentre il Paese soffre di miopia di fronte al problema della denatalità, al Pd non interessa «riconoscere il valore sociale della genitorialità e costruire una fecondità familiarmente sostenibile», come denuncia il presidente dell'Istat Carlo Blangiardo ma consacrare in nome della legge una moltiplicazione dell'identità di genere «percepito» che renderebbe scivolosissimo qualsiasi dibattito sul tema in tv e sui giornali, figurarsi a scuola. Giù le mani dai nostri figli. Indottrinarli per qualche voto farebbe imbufalire pure Berlinguer e Togliatti. O forse no.

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