Dalla moda all'Inter: chi rischia se il Dragone finisce al tappeto

Pechino importa 40 miliardi di dollari di prodotti made in Italy ma è sempre più difficile che rispetti gli obiettivi di crescita. E il Paese asiatico è centrale anche per il settore del lusso e l'alimentare

Dalla moda all'Inter: chi rischia se il Dragone finisce al tappeto
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Da alcuni big di Piazza Affari ai campioni del made in Italy non quotati, passando da settori come la Moda, l'Industria e il Calcio: in Italia sono molte le aziende che fanno affari con la Cina e che ora sono alle prese con il rischio che la crisi del suo colosso immobiliare Evergrande inneschi un effetto a catena sulla seconda economia mondiale. E il «Butterfly effect», ovvero la convinzione che il battito d'ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall'altra parte del mondo, acuisce i timori. Anche degli analisti. E se ieri la ricaduta sulle Borse è stata limitata - Piazza Affari ha ceduto lo 0,42%, Parigi lo 0,38%, Londra lo 0,63% e Francoforte lo 0,65% - potrebbe essere solo l'inizio. L'effetto potrebbe infatti non essere tanto sulle quotazioni attuali, ma sui fatturati futuri. Insomma, tutte le aziende italiane e non solo che lavorano con Pechino o che esportano molto sotto la Grande Muraglia potrebbero vivere tempi duri dal punto di vista del business.

D'altra parte, le difficoltà economiche del Dragone, caratterizzate da tassi di crescita inferiori alle attese e dal deprezzamento dello yuan, costituiscono una possibile minaccia. Non per nulla le grandi banche d'affari continuano a tagliare le previsioni di crescita ritenendo poco probabile il conseguimento del target del 5% fissato per quest'anno. Nomura, in particolare, ha ridotto le stime di crescita dal 5,1% al 4,6% dopo i dati macro sotto le attese di luglio e la persistente «spirale al ribasso» dell'economia.

«Essendo il più grande produttore mondiale e la seconda economia, la Cina è una fonte primaria di crescita per i consumi e le materie prime a livello globale. Quest'anno, contribuisce a oltre un quinto della crescita dei consumi globali e al 70% della crescita nel settore del petrolio», spiega Gabriel Debach, esperto della società eToro.

Ma chi potrebbe pagare il dazio maggiore tra le imprese tricolori? Nel vortice della crisi potrebbe rientrare in primis il settore della Moda. Gruppi di rilievo dipendono notevolmente dal mercato asiatico, in particolare da quello cinese. Per esempio Moncler registra il 48% delle sue vendite in Asia, Tod's il 32,8%, Salvatore Ferragamo il 32,6% e Brunello Cucinelli, che nutriva alte aspettative per la sua espansione in questa regione, il 28 per cento. In particolare la cosiddetta «Greater China» (Cina Continentale, Hong Kong, Macao e Taiwan) è stata nel primo semestre il primo mercato con un fatturato di 194,4 milioni (+43,2%) per il gruppo Tod's.

Allargando lo sguardo all'intero mondo del lusso, mantengono poi forti interessi sotto la Grande Muraglia anche realtà come Ferrari e Ferretti. «Il Cavallino registra quasi un 10% del fatturato nel mercato asiatico, mentre per la società degli yacht, il mercato asiatico incide per circa il 13% del suo giro d'affari», spiega l'analista. Anche Pirelli, oltre alle questioni azionarie e di governance aziendale, è influenzata dalla situazione economica cinese, data la sua rilevanza in termini di vendite e produzione. Lo stesso vale per Brembo che ha di recente potenziato la capacità produttiva proprio nel Paese del Dragone.

Direttamente nelle mani cinesi è poi l'Inter, la seconda squadra di calcio di Milano presieduta oggi da Steven Zhang figlio di Zhang Jindong, fondatore del colosso cinese Suning. Tramite Suning Holdings Group, Jindong è attivo anche nei settori immobiliare, media, intrattenimento, investimenti, sport e servizi finanziari.

Tra le grandi aziende simbolo dell'Italia molto esposte verso la Cina, è poi anche il gruppo Ferrero, leader nel segmento dei cioccolatini e seconda solo all'americana Mars nel più ampio mercato dei dolci.

Da considerare poi

che esiste tutto un microcosmo di aziende interessate. L'Italia è il quarto partner commerciale tra i paesi Ue, e la Cina importa 40 miliardi di dollari di prodotti made in Italy: dal vino alle auto, dai gioielli al design.

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