Le monetine a Craxi e l'ipocrisia di quei pm che oggi si dolgono

In un'intervista al Corriere Gherardo Colombo afferma di essere ancora oggi dispiaciuto per le monetine lanciate a Craxi nel 1993. Poi assicura di non aver mai avuto in mente di fare una rivoluzione. Ma è davvero così? E perché, all'epoca, non prese le distanze dai colleghi del pool di Milano, come ad esempio Davigo?

Le monetine a Craxi e l'ipocrisia di quei pm che oggi si dolgono

Trent'anni dopo Gherado Colombo riflette su alcuni "problemi" o per meglio dire "anomalie" di Mani pulite, l'inchiesta che lo vide tra i protagonisti insieme al pool di Milano. In un'intervista al Corriere racconta alcune cose interessanti. A partire da questa, sulle famose monetine lanciate a Craxi mentre il leader socialista stava uscendo dall'Hotel Raphael dove alloggiava: "Mi fece un effetto negativo anche all'epoca. Le persone vanno rispettate comunque. Non credo proprio che abbiamo stimolato noi reazioni del genere, certamente non io".

Ovviamente nessun magistrato chiese di lanciare le monetine a Craxi. È risaputo. Però è altrettanto risaputo che il clima che si respirava in quegli anni era terribile. Bastava un avviso di garanzia (strumento a tutela degli indagati) per avere il marchio d'infamia sulla pelle, finendo in prima pagina sui giornali, sbattuti fuori dalla politica con un gran calcio nel sedere. Perché questo è avvenuto, ben prima delle sentenze definitive, come prevede la legge (presunzione d'innocenza).

Quando gli chiedono se la corruzione in Italia sia cambiata Colombo osserva: "Sì, non è più connessa al finanziamento illecito dei partiti. Non è un sistema, mentre allora lo era con le sue regole ben definite. Ora riguarda vari livelli, e coinvolge anche le persone comuni...".

In un'intervista ad Avvenire l'ex pm ha detto: "Non abbiamo mai pensato di farne (rivoluzioni, ndr) e non ne abbiamo mai fatte. Il nostro lavoro non consisteva nel cambiare il sistema politico: noi dovevamo semplicemente verificare la responsabilità penale delle singole persone. È quello che prima come giudice, poi come sostituto procuratore e infine ancora come giudice, ho cercato di fare e penso di aver fatto nel mio percorso dentro la magistratura". Ma perché Colombo non disse nulla a Piercamillo Davigo quando il suo collega scappò la frase "sì, vogliamo rivoltare questo Paese come un calzino". La famosa frase fu pronunciata non al bar, in una pausa caffè, ma durante un convegno organizzato dalla rivista Micromega, il 27 settembre 1994, in risposta ad alcune critiche mosse ai giudici da Giuliano Ferrara, allora ministro dei Rapporti col parlamento del governo Berlusconi. Non fu una frase felicissima quella di Davigo, non lasciava pensare al normale lavoro di un gruppo di magistrati, per applicare le leggi dello Stato. Con tutta sincerità non ricordiamo grosse prese di distanza da parte di Colombo, in quella circostanza. Ma magari ricordiamo male noi.

Ai microfoni del Fatto Quotidiano, invece, in una chiacchierata proprio con Davigo, Colombo ha sottolineato che "a luglio 1992 avanziamo la proposta che poi è stata impropriamente chiamata di 'condono': non va in carcere chi si presenta, racconta come sono andate le cose, restituisce tutto ciò di cui si è appropriato illecitamente e si allontana per qualche anno dalla vita pubblica. Era una soluzione tendente a far emergere tutto perché era impossibile gestire tutti quei processi. La proposta non è passata. Il Parlamento ha cominciato invece a fare leggi che riducevano i reati, che toglievano valore ad alcuni mezzi di prova, che dimezzavano la prescrizione. È andata a finire che adesso la vulgata sostiene che Mani pulite è stata una specie di invenzione, che la corruzione non c’era, che abbiamo messo in prigione gli innocenti e fatto una specie di colpo di Stato".

A inchiesta ben avviata, con tutte le procure d'Italia che indagano sulla malefatte della politica, si viene a creare un "muro contro muro" tra i magistrati e gli onorevoli. Questi ultimi tentano di salvare il salvabile, con il cosiddetto "decreto Biondi" che, criticabile quanto si vuole (legittimamente), rappresentava lo sforzo del governo (Amato) e dell'allora maggioranza, di risolvere il problema Tangentopoli politicamente. Non se ne fece nulla perché, come molti ricorderanno, il pool milanese scese in piazza gridando allo scandalo. Oggi Davigo, sempre al Fatto, lo racconta così: "Noi abbiamo applicato quel decreto e abbiamo chiesto al giudice di scarcerare gli indagati (sì, avete letto bene, indagati, non condannati, ndr), però abbiamo detto che non lo volevamo più fare perché ci ripugnava moralmente. Poi il governo ha ritenuto di non chiedere la conferma in Parlamento di quel decreto legge, che è decaduto. Quindi ammonire qualche volta serve".

Non c'era alcuna voglia di lasciare, alla politica, l'onore e l'onere di risolvere il problema. Quel problema andava risolto alla radice, "rivoltando il Paese come un calzino". O, per meglio dire, gettando tutta l'acqua sporca con il bambino dentro. Cosa che poi è avvenuta, spazzando via un'intera classe politica che, nel bene o nel male, per 45 anni aveva guidato il Paese.

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