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Morto in cella a 87 anni il boss Nitto Santapaola tra i mandanti di Capaci

Santapaola verrà certamente ricordato per essere stato condannato come mandante dell'omicidio del prefetto di Palermo Carlo Alberto Dalla Chiesa

Morto in cella a 87 anni il boss Nitto Santapaola tra i mandanti di Capaci
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È morto anche l'ultimo dei boss di Cosa Nostra. Dopo la scomparsa di Totò Riina prima e Matteo Messina Denaro poi, ora tocca a Benedetto (detto Nitto) Santapaola, uno dei più sanguinari criminali, leader del clan dei catanese legato ai corleonesi di "'U Curtu". Arrestato il 18 maggio del 1993, era detenuto in regime di massima sicurezza nel carcere di Opera a Milano.

Santapaola verrà certamente ricordato per essere stato condannato come mandante dell'omicidio del prefetto di Palermo Carlo Alberto Dalla Chiesa, ucciso il 3 settembre 1982 insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all'agente Domenico Russo, in quella che viene chiamata "strage di via Carini", dal nome della via palermitana dove ebbe luogo il massacro.

Ma Nitto è stato condannato anche per l'omicidio del giornalista Giuseppe Fava, direttore de I Siciliani, che aveva denunciato i legami tra mafia, imprenditoria e politica a Catania. Fava fu ucciso il 5 gennaio 1984. Negli anni Ottanta Santapaola fu protagonista della cosiddetta "seconda guerra di mafia", schierato con i corleonesi contro altre famiglie siciliane. A lui e al suo gruppo vengono attribuiti numerosi omicidi di affiliati rivali e regolamenti di conti interni. Pur non essendo tra gli ideatori principali delle stragi del 1992, Santapaola era organico al sistema guidato da Riina e partecipò alla linea di scontro frontale con lo Stato, sedendo tra i membri della Cupola che decretarono l'annientamento di Giovanni Falcone.

È stato condannato in diversi procedimenti legati all'associazione mafiosa e ad omicidi eccellenti, ma anche uno dei fautori della nascita dei "colletti bianchi", quei volti che riuscivano al contempo a organizzare,

pianificare, far eseguire uno sterminio e sedere con profili istituzionali di primo piano. La sua gestione a Catania era basata, infatti, sulla gestione di appalti pubblici, estorsioni, controllo di imprese e attività commerciali.

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