Mosca ritira soldati e irride Washington. "Non voglio guerre". Putin si tiene il jolly del Donbass russo

Il primo atto della sfibrante commedia ucraina è finito. E Zar Vladimir è certo di aver conquistato sia la platea russa, sia quella internazionale

Mosca ritira soldati e irride Washington. "Non voglio guerre". Putin si tiene il jolly del Donbass russo

Il primo atto della sfibrante commedia ucraina è finito. E Zar Vladimir è certo di aver conquistato sia la platea russa, sia quella internazionale. Fermandosi un giorno prima della data dell'invasione data per certa dall'intelligence americana si è sottratto alle forche caudine di una Casa Bianca pronta a condannarlo come manigoldo internazionale in caso d'intervento o a rivendicare, in caso d'indeciso stallo russo, una vittoria frutto della propria fermezza. Non a caso il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ricorda l'ironia sorniona di Vladimir Putin davanti alla pretesa americana «di conoscere l'ora esatta in cui inizierà la guerra». Un punto su cui poi sparano a palle incrociate tutti gli strateghi russi chiamati a reggere il confronto con gli Usa sul fronte della propaganda. Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov denuncia il «terrorismo mediatico» di Washington pronta a annunciare «date false per l'invasione russa dell'Ucraina». Un tweet di Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri, annuncia, invece, il «fallimento della propaganda di guerra» degli alleati occidentali «svergognati e annientati senza sparare un colpo».

Ben più importante della decantata vittoria mediatica risulta, però il successo ottenuto da Putin sul fronte della discussa adesione di Kiev alla Nato. Su quel punto qualcosa, tra domenica e martedì s'è decisamente mosso. E tutto fa pensare che, alla fine, il vero latore dell'ipotesi di moratoria sia stato quel Cancelliere tedesco Olaf Scholz considerato, fino a pochi giorni fa, l'esponente europeo più indeciso sul versante della questione ucraina. A conti fatti, invece, il viaggio a Washington, seguito da quelli a Kiev e Mosca del cancelliere, si è rivelato la fucina della possibile soluzione. E poiché Scholz è il leader europeo più lontano da Washington mentre, Germania e Russia restano - ricorda Putin - «molto vicine l'una all'altra» è chiaro che il successo della tappa moscovita del cancelliere viene vissuta dal Cremlino come un punto a proprio favore. Non a caso la conferenza stampa con Scholz serve a Putin per ricordare i punti fermi su cui «pur non volendo la guerra» non intende arretrare nell'imminente nuovo confronto negoziale. «Non accetteremo mai l'espansione della Nato ai nostri confini che percepiamo chiaramente come una minaccia. Le risposte dell'Alleanza alle nostre richieste finora non ci soddisfano, ma ci sono argomentazioni che possono essere avanzate». Insomma ci siamo fermati, ma siamo pronti a riprendere il braccio di ferro - e anche a rimettere in pista i carri armati - se torneremo a non esser ascoltati.

Perché se, da una parte, i comandi militari annunciano il dietrofront dei battaglioni tattici pronti a caricare le armi sui treni e riguadagnare le basi permanenti in Daghestan e Ossezia del Nord, dall'altra la Russia è già pronta ad alzare una nuova spada di Damocle sull'Ucraina. A forgiarla ci hanno pensato i deputati della Duma. Ieri mattina, mentre i tank ingranavano la retromarcia, il Parlamento votava una mozione, proposta dall'opposizione del vecchio partito comunista, che invita Putin a riconoscere la sovranità delle autoproclamate repubbliche separatiste di Luhansk e Donetsk, nella regione orientale ucraina del Donbass. La richiesta, se accettata dal presidente, aprirebbe le porte alla tanto temuta annessione di un'altra fettina di Ucraina. Ma è chiaro che Putin, pur denunciando nell'incontro con Scholz il «genocidio» delle popolazioni «russofone» del Donbass, non ha, per il momento, intenzione di rispondere ad una mozione etichettata come non vincolante. Molto meglio tenersela lì come un'opzione e una minaccia aperta e spingere, nel contempo, per l'applicazione degli accordi di Minsk 2, decisi nel 2014 d'intesa con Francia, Germania e Ucraina. Accordi che senza muovere un solo soldato garantirebbero non solo l'autonomia al Donbass, ma anche l'eterna riconoscenza delle popolazioni russofone di Ucraina allo Zar Putin. Regalandogli un'influenza sugli affari interni di Kiev ben superiore a quella garantita da una logorante, sanguinosa e infamante invasione.

Commenti