La "diplomazia del martello" di Donald Trump lavora fino alla fine per portare a casa il risultato: un accordo oggi a Ginevra che fermi il programma nucleare dell'Iran e impedisca a Teheran di sviluppare l'atomica. Il martello ha picchiato duro ancora alla vigilia dei negoziati, non solo con l'invio in una base dell'Aeronautica israeliana di altri 12 caccia F-22 Raptor, considerati i jet da combattimento migliori al mondo per velocità e invisibilità, e che hanno portato a quota 300 gli aerei dispiegati in Medioriente. Il martello ha picchiato duro anche con l'annuncio di nuove sanzioni ai danni di 30 "entità, imbarcazioni e individui" che facilitano "la vendita illecita di petrolio iraniano", un sistema con cui il regime finanzia la produzione di armi nucleari e i gruppi terroristici della regione. Non a caso, Washington parla esplicitamente di strategia della "massima pressione". Perché né l'obiettivo né gli strumenti per raggiungerlo sono segreti.
Trump lo ha ribadito nel discorso sullo stato dell'Unione, in cui ha definito l'Iran "sponsor numero uno del terrorismo globale", che "ha sviluppato missili che possono colpire l'Europa e le basi americane oltremare e sta lavorando alla costruzione di altri che raggiungeranno presto gli Usa". Da qui la conclusione: "Preferisco risolvere la questione con la diplomazia, ma una cosa è certa: non permetterò mai all'Iran di avere l'arma nucleare".
Oggi sarà il momento della verità in Svizzera, sede del terzo round di negoziati indiretti fra Stati Uniti e Repubblica islamica, alla presenza degli immancabili inviati americani Witkoff e Kushner e del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, con la mediazione del Qatar. "L'Iran prenda sul serio le minacce di intervento militare", ha avvertito il vicepresidente Usa, JD Vance. Teheran chiede che gli si lasci arricchire l'uranio per scopi pacifici e la revoca delle sanzioni per alleviare la crisi economica che, insieme alle libertà negate, ha riportato gli iraniani in piazza, con gli studenti che negli ultimi giorni sfidano l'autorità a colpi di manganelli, arresti e condanne a morte. Il regime liquida come "fake news" lo sviluppo di missili a lungo raggio, "abbiamo intenzionalmente limitato la gittata a meno di 2000 km", mentre stime non ufficiali riferiscono di un arsenale di circa 2mila missili a corto e medio raggio, che minacciano soprattutto Israele, dove il premier Netanyahu promette "un'alleanza di ferro contro l'estremismo islamico" durante la visita del premier indiano Modi. I vertici della teocrazia negano l'evidenza, paragonano Trump al nazista Goebbels e definiscono "grande bugia" anche il numero di vittime della repressione, oltre 32mila, come confermato dal tycoon. "Tutte le opzioni sono sul tavolo. Sia la dignitosa diplomazia, sia la difesa", dichiarano da Teheran. Ma poi il ministro Araghchi dice di arrivare a Ginevra "con la ferma determinazione a raggiungere un accordo equo e giusto nel più breve tempo possibile". Teheran spera in un'intesa, almeno provvisoria, per guadagnare tempo. Ma secondo indiscrezioni Trump vuole un accordo "per sempre". Il tempo sta per scadere.
Intesa o attacco, insiste Washington, mentre gli iraniani sfidano la dittatura e la Cia diffonde una guida in lingua farsi per reclutare potenziali informatori. L'obiettivo è un accordo sul nucleare ma l'elefante nella stanza oggi è il cambio di regime a Teheran.