Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 19:41
Nazionale

Nella base che forma le forze speciali

L'addestramento per Col Moschin, Rao e alpini paracadutisti. Duro e progressivo: "Pronti a tutto"

Nella base che forma le forze speciali

Pisa - «Ora che entriamo nella base, ti chiedo di spegnere il Gps», ci dice il militare che ci accompagna. Detto, fatto. Anche perché quella in cui stiamo per accedere non è una base qualsiasi ma è quella che ospita il Comfose, il Comando delle forze speciali dell'esercito. È qui che si formano gli incursori del nono reggimento Col Moschin, i ranger del quarto reggimento alpini paracadutisti e gli acquisitori del 185esimo reggimento Folgore.

Un iter duro e severo, quello per formare gli operatori, che passa innanzitutto dalla motivazione, come ci spiega Mauro Bruschi, vice comandante del Comfose: «Siamo l'essenza dell'addestramento, inteso non come fine ma come mezzo per raggiungere quella che chiamiamo prontezza, ovvero l'essere preparati innanzitutto a livello di testa, di mentalità. Il fisico segue».

Nella base che forma le forze speciali (Matteo Carnieletto)

In questo senso, il Comfose, con il suo addestramento continuo, rappresenta il perfetto esempio di uno dei tre pilastri (insieme all'innovazione tecnologica e al sistema valoriale) della visione del capo di stato maggiore dell'Esercito, il generale Carmine Masiello che, non a caso, ha affermato: "Il livello addestrativo delle Forze speciali è unico in termini di selezione, addestramento e risorse. Parimenti lo è la voglia di migliorarsi, lo spirito innovativo e la consapevolezza dell’importanza del proprio ruolo, nell’ampio ventaglio di capacità esprimibili dall’Esercito. Le Forze speciali incarnano la funzione essenziale di deterrenza reale e credibile dello strumento militare, ossia di difesa e salvaguardia della Repubblica italiana e della sicurezza della collettività, quali beni fondamentali del Paese. La base della capacità delle Forze speciali di portare a compimento la missione poggia sui pilastri della flessibilità, del realismo e dell’iniziativa".

Per diventare operatori dell'Esercito si può passare unicamente da qui. Si inizia con due settimane di tirocinio più dodici di corso Obos dove ci si educa a resistere, superare difficoltà e lavorare fuori dalla propria comfort zone. Plus ultra, come recita l'antico adagio latino del quale si era appropriato Carlo V. Più oltre. Sempre di più. «Li prepariamo a gestire lo stress in battaglia, dove ci sarà una sovrapposizione emotiva e sensoriale», prosegue Bruschi. Che precisa: «Per noi l'operatore è una persona eccellente in quello che fa. Gli chiediamo di essere pronto a una maratona motivazionale, dove ci saranno momenti di alti e di bassi. Creiamo una tenacità, ovvero resistenza fisica, e una tenacia, ovvero una capacità di alimentare in se stessi la fiammella del dovere. Insegniamo agli operatori a trovare l'arrivo, che è una tappa intermedia verso un altro incarico. La parola fine per noi non esiste».

Il cuore della formazione degli operatori è il Ce.Add.Os, il centro di addestramento per operazioni speciali. È qui che i futuri operatori ricevono la formazione per affrontare le fasi di specializzazione che riceveranno dai futuri reggimenti in cui andranno. Al Comfose si lavora seguendo un addestramento duro, realistico e progressivo. Proviamo la parte ginnica insieme agli istruttori. Non si punta solo alla forza, ma soprattutto alla resistenza. I movimenti sono precisi e taglienti. Non appena sbagliamo, veniamo corretti dall'istruttore al quale siamo stati affidati: «Diminuisci i carichi, muoviti così». Non appena stiamo per cedere passa qualcuno che ci dice «forza», oppure ci dà il cinque. La squadra qui è fondamentale. C'è una strana gioia di vivere tra questi uomini che sono stati a lungo impiegati all'estero nelle missioni più dure e pericolose. Nessuno resta indietro, come insistono a più riprese gli operatori che incontriamo e che non possiamo riprendere in volto: «Mi addestro per le persone che ho accanto, perché so che faranno affidamento su di me», ci dice un incursore. «Noi siamo l'esercito: nomen omen - prosegue Bruschi - Ci teniamo in esercizio, preparati. Abbiamo un motto: addestrati per le certezze, ma preparati per l'incertezza. Questo, che è un mantra che recitiamo da anni, è ancora più vero ora che gli scenari di riferimento sono volatili e indeterminati».

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.