Adolescenti e social network, una sfida educativa sempre più urgente. Ne abbiamo parlato con Barbara Berlusconi, terzogenita del Cavaliere, imprenditrice, mamma di 5 figli e a capo di una Fondazione nata da pochi mesi che porta il su nome. Due sono i filoni dei quali si occupa: la cultura, attraverso il sostegno delle eccellenze artistiche italiane, e l'educazione, in nome della "libertà delle famiglie e dei loro figli a ricevere un'educazione libera, personalizzata e coerente con i propri valori".
Il primo impegno educativo è una ricerca fra i genitori commissionata a Swg sul tema adolescenti e social media.
"L'intento che ha ispirato la ricerca (si trova sul sito fondazionebarbaraberlusconi.it, ndr) è capire cosa sta succedendo. Non abbiamo ancora piena consapevolezza di quanto strumenti come gli smartphone, che ci collegano con il mondo e dunque non sono neutri, incidano su una fase tanto delicata come l'adolescenza. Due genitori su tre si sentono disorientati e chiedono aiuto. Il desiderio di analizzare la dipendenza fra adolescenti e social ha l'obiettivo di porsi domande che possano poi costruire risposte convincenti, per aiutare chi è in difficoltà".
Alla base di questi ragionamenti c'è l'educazione: è uno dei temi che più la appassionano.
"Mi sono laureata in Filosofia morale: sono argomenti che mi porto dietro fin da quando ero ragazza. Oggi li affronto con maggiore esperienza, anche da madre, ma questi nodi educativi li ho vissuti anch'io: ho studiato alla scuola steineriana, dove la tecnologia era bandita. Uno dei loro principi è disincentivare la tecnologia, la televisione, la radio e quindi anche i cellulari, che oggi non riteniamo poi così dannosi. La pedagogia steineriana è molto rigida, non denigra la tecnologia ma ne suggerisce un'introduzione graduale, che permetta al bambino di essere educato in contesti che non siano passivi".
Stranisce sapere che a casa Berlusconi non si guardasse la tv.
"Non era proprio così. Sono un'appassionata di cinema e i film li ho sempre visti, anche in tv. Ma i miei genitori facevano una selezione di ciò che potevamo vedere e di questo sono loro grata. Il televisore non rimaneva acceso tutto il giorno. Non è lo strumento tecnologico ad essere sotto accusa, è come lo si utilizza. Se l'uso è sregolato non va bene: il problema della relazione degli adolescenti con i social sta qui. Sono sempre connessi e i social sono programmati con un'altissima capacità di catturare la loro attenzione. È molto rischioso e anche controproducente lasciare soli i ragazzini. L'utilizzo a tempo dei social sotto un controllo adulto è l'unica strada".
Anche per i suoi figli ha voluto un'educazione steineriana: qual è il loro rapporto con i social?
"Confesso che mi impongo benissimo. Ho 5 figli maschi, il più grande ha 18 anni, l'ultimo 4. Si figuri che il grande voleva che lo chiamassi proprio così, Ultimo: invece abbiamo scelto Quinto. Ovviamente fra loro ci sono differenze legate all'età, ma in generale per me l'educazione funziona meglio quando esiste una cornice certa di riferimento. Io do ai miei figli poche regole molto chiare. Non li ho tenuti sotto una campana di vetro, al contrario sono una madre che tende a responsabilizzare, li ho resi consapevoli e indipendenti. Ho sempre incentrato tutto sul dialogo, più che sull'imposizione. Certo, non dare ai maggiori lo smartphone fino ai 16 anni è stata una mia scelta, discussa in famiglia, ma non è stato un divieto imposto. Direi un percorso costruito nel tempo, spiegandone le ragioni. Il fatto che l'uso della tecnologia nella scuola steineriana sia posticipato ha reso tutto più naturale: non c'era una pressione sociale immediata e questo ha semplificato anche il nostro ruolo di genitori".
Dalla ricerca emerge che dopo i dieci anni sono pochissimi i bambini che non hanno uno smartphone proprio. I genitori temono appunto che i figli vengano esclusi dal gruppo.
"È uno dei dati più forti della ricerca. I genitori non sottovalutano i rischi dei social, anzi li percepiscono chiaramente, ma hanno paura di isolare i figli. E questo ci dice che non è un problema individuale, ma collettivo. Se tutti utilizzano questi strumenti, diventa molto difficile per una singola famiglia introdurre dei limiti. Per questo parlo di necessità di una cornice comune: senza regole condivise, i genitori restano soli".
Una buona legge aiuterebbe?
"Molti genitori si sentono inadeguati, anche quando sono attenti e presenti. I ragazzi conoscono questi strumenti meglio degli adulti. Quindi il dialogo è necessario, ma da solo non basta se manca un contesto che lo sostenga. Una buona legge sì, può aiutare molto. Non per sostituirsi ai genitori, ma per sostenerli. Una regolamentazione chiara sull'età per l'accesso ai social darebbe a tutti un riferimento comune e ridurrebbe la forte pressione sociale. Trasformerebbe un problema individuale in una responsabilità condivisa".
Cosa si auspica dai legislatori?
"L'Italia inizia a essere un po' indietro rispetto ad altri Paesi, non solo europei, su queste leggi. Vorremmo fare arrivare alle istituzioni una richiesta corale, perché prendano in carico questo tema nel modo più concreto possibile. E anche tempestivo visti gli ultimi casi di cronaca che, seppur siano certamente estremi, esistono".
Cosa risponde a chi obietta che vietare è controproducente e che arginare i social è ormai impossibile?
"Regolamentare è diverso da vietare. In Italia ci sono leggi per gli adolescenti sull'alcol, sull'acquisto delle sigarette, sulla fruizione di materiale pornografico, per la patente. La società ha sempre riconosciuto che i minori non possono essere trattati come adulti, non perché siano incapaci, ma perché non hanno informazioni sufficienti. Non vedo perché l'ambiente digitale debba essere l'unico senza regole. La libertà degli adolescenti si costruisce gradualmente: non è semplicemente accesso illimitato alle cose, soprattutto per un ragazzo richiede tempo, maturazione, strumenti critici. Educazione e regole non sono alternative, sono complementari. Alla Fondazione arrivano tante richieste di sostegno da parte dei genitori: ci impegniamo per dare loro aiuti concreti, come un manuale di consigli pratici che stiamo mettendo a punto con un team di educatori, pedagogisti, psichiatri e psicologi".
Anche la scuola ha bisogno di aiuto: la formazione dei docenti su questi temi è spesso molto carente.
"Una scuola inclusiva e formativa è fondamentale anche per trasmettere il valore educativo che Internet può avere, se utilizzato correttamente. Purtroppo oggi non formiamo i docenti e quelli che formiamo non vengono retribuiti per questo. Ci affidiamo alla buona volontà dei singoli. Soprattutto sulle difficoltà di apprendimento, ad esempio, come i deficit e i disordini di attenzione, o l'autismo, ma anche le plusdotazioni, non esiste nulla.
Le neurodivergenze sono temi che mi stanno a cuore, per esperienza personale, dei miei figli: e così a settembre la Fondazione inaugura un programma su questi argomenti. Abbiamo istituito un gruppo di professionisti che a carico nostro può essere chiamato dalle scuole che vogliono offrire ai docenti questo tipo di formazione. È una goccia nel mare, lo so, ma è un primo passo".