No a Irap e patrimoniali. La riforma fiscale parte dalle idee di centrodestra

Da Franco una conferma all'impostazione liberale di Draghi ma le risorse sono limitate

No a Irap e patrimoniali. La riforma fiscale parte dalle idee di centrodestra

Un liberalismo temperato. È la filosofia politica che il ministro dell'Economia, Daniele Franco, ieri ha declinato nella sua audizione alle commissioni Finanze riunite di Camera e Senato in vista della presentazione del ddl delega di riforma fiscale. Il titolare del Tesoro ha, infatti, ribadito alcuni capisaldi del governo Draghi in materia economica senza «umiliare» l'ala sinistra della maggioranza.

«Il prelievo più rilevante per le imprese è rappresentato dall'Irap, le modifiche intervenute hanno profondamente cambiato la natura dell'imposta così che il suo mantenimento adesso non appare più giustificato, vi è una esigenza di semplificazione», ha detto Franco, di fatto intonando il de profundis per l'imposta più detestata dalle imprese perché le colpisce per fatturato e numero di dipendenti indipendentemente dall'andamento del business. Apertura anche su una revisione delle aliquote Iva. In particolare, ha specificato, si può «agire sul livello delle aliquote ridotte nonché sulla distribuzione delle basi imponibili tra le diverse aliquote e questi interventi possono anche avere luogo a parità di gettito». Infine, e questo è il punto più importante, nessuna nuova patrimoniale in vista. «Non è sul tavolo, non c'è nel documento delle commissioni e non credo ci siano motivi per procedere in quella direzione», ha puntualizzato.

Sono petizioni di principio ma il centrodestra, per ora, può dirsi soddisfatto. Il problema è che, al momento, tali dichiarazioni non possono che rimanere sul piano teorico. Il ddl delega, che il governo varerà entro fine mese, dovrà tenere conto delle risorse a disposizione. «No a uno choc in disavanzo», la riforma non sarà in deficit ma terrà conto delle indicazioni provenienti dal documento conclusivo dell'indagine effettuata dalle commissioni Finanze. «Non possiamo mettere a rischio la tenuta del conti pubblici, in particolare in questa fase», ha specificato sottolineando che a causa della pandemia «le prospettive economiche sono incerte e non sappiamo quali impegni di spesa dovremo affrontare».

Anche la razionalizzazione degli sconti fiscali, visto che le risorse sono molto limitate (si stima una disponibilità compresa tra i 2 e i 3 miliardi di euro), appare complessa. «Dietro ogni tax expenditure c'è una componente della società italiana; ogni intervento comporta una volontà politica e un costo politico», ha detto.

Per ridurre la pressione fiscale in modo «strutturale occorre contemporaneamente agire per contenere l'incidenza della spesa pubblica sul Pil, azione che può essere facilitata da un aumento dell'efficienza dei programmi di spesa». Non ha usato la «formula magica» spending review il ministro Franco, ha semplicemente affermato una verità liberale: per tagliare le tasse bisogna tagliare anche le spese che per lo Stato italiano ammontano a 870 miliardi di euro.

Ma in un governo di larga maggioranza tagliare le spese farebbe venire l'orticaria alla sinistra che, invece, l'ex direttore generale di Bankitalia ha cercato di blandire. Uno dei punti su cui è prioritario intervenire, ha proseguito, è «il cuneo fiscale che per l'Italia è 5 punti superiore alla media Ocse per un lavoratore senza carichi familiari: l'elevato prelievo sul lavoro dipendente non favorisce il tasso di occupazione» che la riforma «deve mirare ad aumentare». Analogamente Franco ha evidenziato che parte delle risorse proverrà dal contrasto all'evasione.

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