I virologi sognano il governo. Quali sono i rischi per l'Italia

Nel totoministri spuntano i nomi degli infettivologi sempre in tv. Ma col Covid hanno detto tutto e il contrario di tutto

I virologi sognano il governo. Quali sono i rischi per l'Italia

Li hanno accostati tutti alla poltrona più importante di viale Lungotevere Ripa 1. Andrea Crisanti, Fabrizio Pregliasco, Massimo Galli, Ilaria Capua, Matteo Bassetti, Alessandra Viola e, chissà?, pure Pier Luigi Lopalco. I virologi “vip”, diventati star grazie alla pandemia, potrebbero diventare ministri della Salute. Lo dicono i media, e spesso sbagliano. Ma se ci hanno anche solo pensato vuol dire che non si tratta solo di un gioco. Magari a qualcuno potrebbe pure sembrare un’idea geniale, tuttavia c'è da sperare non si faccia lo stesso errore di chi, nell'ultimo anno, ha trasformato gli scienziati in oracoli della medicina.

Il fatto che siano virologi non ci assicura in fondo che sarebbero anche bravi ministri. La scienza medica non infonde mica capacità politica. E poi, se proprio dobbiamo dare un voto al loro operato, non sempre si sono rivelati precisi in consigli e previsioni. Anzi. Spesso alcuni di loro detto tutto e il contrario di tutto, si sono accapigliati a favor di telecamere, hanno sbattuto sulla pubblica piazza un dibattito scientifico che sarebbe dovuto rimanere confinato all'interno dei laboratori. Perché dovrebbero fare di meglio al dicastero della Salute?

Già nel Libro nero del coronavirus (Historica Edizioni), che dà uno spaccato degli errori commessi nella prima ondata, emerge chiaramente la mania di protagonismo di infettivologi, virologi, epidemiologi, luminari di fama internazionale e docenti universitari. Sin da subito sono loro i padroni indiscussi delle trasmissioni tv, nonostante le tante contraddizioni e le diverse prese di posizione. Pensate che quando il 24 febbraio, appena tre giorni dopo Codogno, Andrea Crisanti profetizza l’arrivo di “una nuova spagnola”, molti suoi illustri colleghi si fiondano a minimizzare l'impatto del virus, predicando calma assoluta. Interrogati dai cronisti, forniscono risposte a domande cui in realtà non possono ancora avere risposte certe. E così, invece di praticare l’antica virtù del silenzio, danno vita a un poco onorevole scontro: Maria Rita Gismondo critica chi scambia “un’infezione appena più seria per una epidemia letale”, Roberto Burioni le risponde per le rime bollando le esternazioni come “scemenze”. E persino il Comitato Nazionale per la Ricerca, mica l'ultimo arrivato, assicura che al di fuori di Codogno e Vo’ il cittadino può “continuare a condurre una vita assolutamente normale”. S’è visto.

Non appena il governo ridà un po’ di libertà' agli italiani, lo guerriglia si fa più ancor più dura. In breve tempo si formano due schieramenti contrapposti, che ancora oggi si sfidano a suon di dichiarazioni stampa. “Allarmisti” contro “negazionisti”. Ultras dei lockdown contro profeti delle riaperture. Chi vaccinerebbe prima gli anziani e chi i giovani. Per non parlare del caos mascherine, prima inutili poi fonte di vita eterna. Oppure la disfida sui medicinali (pro-clorochina vs anti-clorochina), la rissa sulla gestione dei pazienti (a casa o in ospedale?), il dibattito infuocato sul ruolo degli asintomatici (infettano oppure no?), il virus che “dal punto di vista clinico non esiste più”, la minore carica virale, la battaglia sull'uso dei test sierologici, gli schiaffoni Burioni-De Donno sull'efficacia del plasma iperimmune. E che dire, infine, delle liti alla corte di Zaia, dove Crisanti e la sanità veneta si sono fatti la guerra per rivendicare l’ideazione del Metodo Vo’?

Ecco perché immaginare i “cattivi maestri” sul trono del ministero della Salute provoca irritazioni. Per ora quasi tutti negano, ma forse qualcuno un pensierino ce lo sta facendo davvero. Crisanti ammette: “Chi non lo farebbe?”. Pregliasco non si pone il problema, e afferma che “la sanità deve essere in mano ai politici”, tanto da sperare nella continuità di Speranza. Antonella Viola non esclude nulla: non ha ricevuto telefonate, ma “se ci fosse da dare una mano potrei darla”. E Bassetti non si nasconde: "Non direi di no". Galli invece spera che Draghi non lo chiami mai visto che non si sente “particolarmente adatto” al ruolo: “Io so fare altre cose”. In fondo, dice, se si decide di affidare il dicastero a un tecnico e non a un politico sarebbe meglio scegliere “chi ha un profilo importante nel campo della sanità pubblica”. Sugli esponenti dell'attuale Cts le riserve sarebbero molte, visto i non indifferenti inciampi nella gestione della crisi. In un esecutivo di alto profilo, limitato nel tempo, e con lo scopo di superare la pandemia, potrebbe andare meglio un esperto di emergenze. Magari uno alla Guido Bertolaso, il cui nome sarebbe stato suggerito al premier incaricato sia da Silvio Berlusconi sia da Matteo Salvini, e che la Lombardia ha già arruolato per accelerare la campagna vaccinale.

L’importante è che si valutino le competenze nella gestione della medicina pubblica. Non le apparizioni tv. Insomma dateci tutto, ma non un governo di virologi vip.

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