Guerra del petrolio contro guerra dell'acqua. La prima è iniziata ieri mattina quando le bombe e i missili israeliani hanno mandato in fiamme la raffineria di Shahran e altri depositi di greggio intorno a Teheran. A innescare la guerra dell'acqua ci ha pensato una falsa informazione fornita al quotidiano Jerusalem Post da fonti governative israeliane che davano per certo un attacco degli Emirati Arabi agli impianti di desalinizzazione della Repubblica Islamica. Ma la falsa notizia, diffusa probabilmente ad arte, non ci ha messo molto a diventare realtà. Mentre gli Emirati negavano l'attacco e denunciavano l'operazione di disinformazione messa in atto da Israele il ministero dell'Interno del Bahrein riferiva di "danni materiali a un impianto di desalinizzazione dell'acqua" in seguito ad un attacco iraniano messo a segno "con un drone".
Nel complesso contesto ambientale del Golfo la guerra dell'acqua rischia di aver effetti ancor più devastanti della guerra tradizionale e di quella del petrolio. Per capirlo basta dire che nei paesi del Golfo la vita quotidiana e il benessere di oltre 100 milioni di individui dipende direttamente dagli impianti di desalinizzazione. Senza di essi città come Dubai, Abu Dhabi, Manama o Doha non potrebbero esistere. Né tanto meno alimentare attrazioni turistiche come fontane, piscine e impianti di neve artificiale. Ma soprattutto non riuscirebbero a dissetare i loro abitanti. Ecco perché il falso annuncio israeliano e il ben più concreto attacco iraniano al Bahrain rischiano di aprire un vaso di Pandora dalle conseguenze inimmaginabili. Il petrolio oltre a garantire il benessere e la ricchezza dei paesi del Golfo serve anche a garantire l'energia agli oltre 400 impianti di desalinizzazione utilizzati per rendere potabile l'acqua marina. Senza quegli impianti le petro-monarchie regionali non avrebbero potuto trasformare i dimenticati e insignificanti villaggi dei loro regni in immense metropoli. Nè tantomeno alimentarne l'immagine di immensi parchi turistici dove gli hotel a cinque stelle offrono comfort e lussi inconciliabili con l'aridità e il clima della regione. Oggi l'Arabia saudita conta otto dei dieci più grandi impianti di desalinizzazione del Medioriente. Gli altri due contribuiscono invece a spegnere la sete d'Israele. Ma tutte insieme le infrastrutture idriche dei paesi del Golfo garantiscono il 60 per cento dei processi di desalinizzazione a livello globale.
Nella Repubblica Islamica - nonostante la presenza di montagne, fiumi e laghi le cose non vanno sicuramente meglio. Nel Paese operano almeno 75 impianti concentrati nelle regioni più calde e inospitali come Busher, Balucistan, Khuzestan e Hormozgan. Di certo la mancanza di acqua potabile rappresenta un problema gravissimo per i circa 15 milioni di abitanti di Teheran e delle zone circostanti. Nella capitale iraniana la porosità delle condutture causata dalla scarsa manutenzione assieme alla siccità ricorrente degli ultimi anni sta già rendendo la vita impossibile.
Non a caso negli ultimi mesi le autorità avevano ipotizzato una possibile evacuazione di una parte della popolazione. Ma la situazione rischia di diventare veramente drammatica se i bombardamenti delle raffinerie e delle altre infrastrutture bloccheranno i sistemi di pompaggio della rete idrica.