Blasfeme, ripugnanti, irriguardose. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio sceglie termini forti per definire le accuse al governo sulla separazione delle carriere e respingerle al mittente.
Il tema referendum irrompe con tutta la sua forza nella paludata atmosfera dell'inaugurazione dell'anno giudiziario, nell'aula magna della Corte di Cassazione, alla presenza del Capo dello Stato Sergio Mattarella. Tra ermellini bianchi, mantelli di porpora e cordoni dorati lo scontro tra fronte del sì e del no si consuma ai massimi livelli, molto acceso malgrado i toni pacati.
Ad aprire la garbata tenzone è il primo presidente della Cassazione, Pasquale D'Ascola, che affronta subito il tema caldo, con la preoccupazione della magistratura che si tocchi il suo status: "Autonomia e indipendenza sono caposaldo del sistema costituzionale. Non un privilegio, ma presupposti perché il giudice sia sempre imparziale". Le riforme, ribadisce, devono rispettare la separazione dei poteri, in "un clima di rispetto reciproco e fattiva collaborazione tra le istituzioni. Non bisogna diffondere, dice D'Ascola, "la falsa convinzione che il magistrato sia incerto e titubante sulla sua funzione e quindi avvicinabile, pavido, condizionabile".
Non ci sta il ministro della Giustizia Nordio: "Ritengo blasfemo sostenere che la riforma tenda a minare il principio d'indipendenza e autonomia delle toghe". E poi, riferendosi alle polemiche sulla sicurezza dei pc dei magistrati: "Troverei irriguardoso soffermarmi a smentire alcune ripugnanti insinuazioni diffuse sull'ipotesi di interferenze illecite, da parte nostra, sull'attività esclusiva e sovrana della magistratura". Poi, il Guardasigilli guarda alla primavera: "Se vincerà il no al referendum resteremo fermi al nostro posto, rispettandone la decisione. Se invece vincerà il sì inizieremo un dialogo con la magistratura, il mondo accademico e l'avvocatura per le necessarie norme attuative".
In prima fila, accanto a Mattarella, siedono il vicepresidente del Csm Fabio Pinelli, i vertici di Camera e Senato, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa, il presidente della Consulta Giovanni Amoroso, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, l'avvocato generale dello Stato Gabriella Palmieri Sandulli e il presidente del Consiglio nazionale forense Francesco Greco. Più dietro stanno i vertici dell'Anm, in testa il presidente Cesare Parodi.
Anche il procuratore generale Piero Gaeta è critico e sulla difensiva. "Lo scontro tra giudici e politica ha raggiunto livelli inaccettabili", avverte, difendendo lavoro e produttività dei pm. Sui problemi complessi della giustizia, sottolinea, non funziona la "contrapposizione", come "la logica del malcontento precostituito e della semplificazione dei problemi", serve invece "dialogo e concerto", anche compromessi. "Il volto di una giurisdizione sfregiata nell'immagine e privata del rispetto collettivo per il valore essenziale della sua funzione non giova a nessuno", conclude Gaeta.
Infine c'è l'avvertimento del vicepresidente del Csm, Fabio Pinelli: "La delegittimazione reciproca indebolisce le istituzioni e rompe il patto di fiducia con i cittadini". Chi crederà più, allora, in chi fa le leggi e in chi le applica? "È un rischio - per Pinelli - che va, responsabilmente e con il contributo di tutti, decisamente scongiurato".