Leggi il settimanale

Ora Abu Dhabi gioca con le mani libere. Alleanza al tramonto

Il Paese diventa autonomo sul fronte della produzione come Usa, Norvegia e Brasile. Ma rimane il nodo Hormuz

Ora Abu Dhabi gioca con le mani libere. Alleanza al tramonto

C'è una lettura superficiale della decisione degli Emirati Arabi Uniti di sganciarsi dall'Opec: quella che guarda ai barili e ai prezzi. In realtà questa è una notizia eminentemente geopolitica. Il petrolio, ancora una volta, è solo il vettore. Il messaggio è il potere. Gli Emirati si riposizionano come produttore autonomo, nella stessa categoria dei non-Opec come Stati Uniti, Norvegia e Brasile. L'Abu Dhabi National Oil Compny (Adnoc) esce così dal perimetro delle quote, formalmente libera di produrre quanto vuole. Qui sta il punto: la libertà teorica non si traduce automaticamente in più offerta, almeno fino a che Hormuz rimane chiuso. I vincoli fisici restano. L'export passa da Fujairah, e la capacità logistica stoccaggi, blending, caricamenti è un collo di bottiglia reale. Tradotto: non aspettatiamoci un immediato shock ribassista sui prezzi. La vera rottura è politica. L'uscita certifica ciò che era già evidente: l'Opec è un'istituzione svuotata. Tra Iran sotto sanzioni, Russia impegnata in una guerra sistemica contro l'Europa e ora il disallineamento emiratino, il cartello perde coesione e credibilità. Ma soprattutto sancisce l'allontanamento con Riyadh. Le frizioni tra Abu Dhabi e l'Arabia Saudita Yemen, Sudan, leadership regionale erano già emerse. Ora diventano struttura. Dietro questa mossa c'è un disegno più ampio. Gli Emirati non stanno semplicemente uscendo da un cartello: stanno entrando in un altro sistema. La chiave sono le linee di swap in dollari negoziate con Washington. Non si tratta solo di liquidità per tappare falle finanziarie causate dal conflitto iraniano. È infrastruttura geopolitica. È accesso privilegiato al sistema del dollaro in cambio di allineamento strategico. Gli Stati Uniti stanno costruendo hub di finanziamento in dollari nel Golfo e in Asia per contenere l'espansione dei sistemi di regolamento in yuan. Le swap lines riducono l'incentivo a prezzare il petrolio in Cny, ancorano i partner al mercato dei Treasury, rafforzano il perimetro delle sanzioni. Obiettivo: rendere il petroyuan irrilevante prima che raggiunga massa critica. Il risultato è una frammentazione del mercato energetico globale lungo linee valutarie e di sicurezza. Da una parte il blocco Usa: dollaro, Swift, liquidità, copertura militare, assicurazioni. Dall'altra il blocco Cina: yuan, Cips, mBridge, flussi sanzionati, accesso preferenziale a materie prime e raffinazione. Il denaro smette di essere neutrale. Diventa appartenenza.

In questo schema entrano anche le stablecoin in dollari, potenziale estensione digitale dell'egemonia monetaria Usa. La concessione di swap line può includere l'adozione di questi strumenti nei pagamenti internazionali. È un cambio di paradigma: la finanza come architettura di sicurezza. I barili, quindi, non saranno più prezzati solo da domanda e offerta o dalle quote Opec. Verranno prezzati dal sistema che li circonda: difesa aerea, presenza militare, rotte protette, coperture assicurative, accesso alla liquidità. La supply chain energetica si trasforma in una rete di corridoi geopolitici blindati.

Il punto, in sintesi, è questo: non stiamo entrando in un mondo con meno globalizzazione. Stiamo entrando in un mondo con più sistemi. E in questo mondo, l'energia non è più solo una commodity. È un'alleanza. Per l'Europa e l'Italia questo scenario è tutt'altro che teorico. La morsa stagflazionistica a cui andiamo incontro alimenta le pressioni sul governo ad allentare i cordoni della spesa. Reazione assolutamente comprensibile ma occorre fare attenzione. I rendimenti stanno già salendo in tutta Europa. Il Btp a 7 anni viaggia intorno al 3,5%. Il margine fiscale anche a causa dell'inciampo relativo alla mancata uscita dalla procedura di infrazione, è limitato e dunque bisogna scegliere dove allocarlo. E fino a che la Ue continuerà a fare orecchie da mercante (la Bce dovrà prima o poi scendere in campo con azioni di Qe per finanziare gli investimenti nei settori strategici) dovremo attrezzarci da soli.

Le risorse vanno allocate, non disperse.

Difesa, politica industriale mirata, infrastrutture critiche, accordi di off-take sulle materie prime: questi sono i veri moltiplicatori strategici. Perché la spesa per la difesa non è alternativa a sanità o istruzione. È la condizione necessaria perché esistano.

Commenti
Pubblica un commento
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette. Qui le norme di comportamento per esteso.
Accedi
ilGiornale.it Logo Ricarica