Orbán ricatta, Kirill è salvo

Il primo ministro ungherese blocca il sesto pacchetto di sanzioni Ue. Alla fine ottiene l'esclusione del Patriarca russo ortodosso, alleato di Putin. Nuove misure degli Usa

Orbán ricatta, Kirill è salvo

Doppia vittoria per Viktor Orbán in Europa e complicata impasse per l'Unione europea, che pur di tenere l'unità e unanimità necessaria per far passare il sesto pacchetto di sanzioni contro la Russia, alla fine si trova costretta a cedere al ricatto di Budapest e a incassare una grama figura. Ieri il primo ministro ungherese, dopo aver tenuto in ostaggio per circa un mese l'Ue, chiedendo e ottenendo l'esclusione temporanea dell'Ungheria dall'embargo sul petrolio russo, alla fine ha strappato un altro risultato, un obiettivo persino più significativo del primo, perché sembra studiato apposta per compiacere Vladimir Putin. Nel sesto pacchetto di sanzioni contro Mosca, che prevede il «divieto di importazione di petrolio dalla Russia via mare» a partire dal 2023 e via oleodotto successivamente, non solo l'Ungheria non sarà soggetta al blocco dell'import via terra (insieme con Slovacchia, Repubblica ceca e Bulgaria), ma Budapest si è anche assicurata che il Patriarca Kirill non entrerà nella lista dei sanzionati, come volevano le autorità di Bruxelles e gli altri Paesi membri. «Una lunga battaglia, ma ne è valsa la pena - ha commentato il ministro degli Esteri ungherese Peter Szijjarto - Il pacchetto è ora in linea con gli interessi di sicurezza nazionale dell'Ungheria».

La decisione è stata presa dopo i paletti fissati dall'Ungheria e in seguito a una riunione degli ambasciatori Ue svoltasi eccezionalmente a Lussemburgo e convocata dalla presidenza francese proprio a causa delle divisioni registrate con gli altri Stati membri sull'argomento il giorno prima, e dopo che gli ostacoli per un accordo sulle sanzioni sembravano essere stati tutti superati martedì. L'approvazione definitiva avverrà entro le 9 di stamattina, con procedura scritta.

È una vittoria di Orbán, secondo il quale la posizione dell'Ungheria sul capo della Chiesa russo-ortodossa «era nota da tempo» senza che nessuno - così dice il suo portavoce Zoltan Kovacs - l'avesse osteggiata al vertice dei capi di Stato e di governo di Bruxelles. Ma è soprattutto una vittoria di Putin, segnata all'interno dell'Unione europea, grazie all'aiuto del leader ungherese. Il Patriarca Kirill è infatti considerato non più solo un leader religioso ma un attore della guerra in Ucraina, sempre schierato con Mosca, sostenuta fino al punto di dichiarare che «la Russia non ha mai attaccato nessuno, ha solo difeso i propri confini» e che la guerra è stata lanciata «da potenti forze mondiali contro i credenti ortodossi per imporre il credo omosessuale, per imporre il gay pride». Dichiarazioni che hanno inorridito l'Occidente e che secondo la Chiesa ortodossa ucraina, resasi per questo indipendente dal Patriarcato di Mosca, fanno di Kirill «un politico in abiti religiosi».

Ma se il Patriarca russo ortodosso si salva, a essere colpiti dalle nuovi sanzioni europee saranno invece i «membri dell'apparato militare e di sicurezza russo legati ai massacri della città di Bucha, entità del settore industriale e tecnologico legate all'aggressione russa, e oligarchi e attori della propaganda russa, oltre che membri delle loro famiglie», ha annunciato la presidenza francese del Consiglio europeo. Tra i provvedimenti c'è anche «la disconnessione dal sistema Swift di tre banche russe, tra cui Sberbank», la principale, e il divieto di tre tv statali russe di trasmettere nell'Ue.

Si tratta di misure che fanno il paio con i provvedimenti annunciati anche dall'Amministrazione americana, con l'obiettivo di evitare l'elusione delle sanzioni. Prendono di mira 17 persone e 16 entità. Nella black list ci sono la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, il vice premier Grigorenko, l'oligarca Alexiei Mordashov con famigliari e società, una delle quali leader nella produzione dell'acciaio. E ancora l'immobiliarista God Nisanov, «uno degli uomini più ricchi d'Europa» e Serghie Roldugin, «money-manager» delle ricchezze offshore dello Zar.

Soddisfatta la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che fa i conti sull'embargo al greggio del Cremlino: «Di fatto, il 90% delle importazioni russe di petrolio all'Ue sarà bandito entro fine 2022. Ciò ridurrà la capacità della Russia di finanziare la sua guerra». Ma Mosca nega: «Saranno i consumatori europei i primi a soffrire per gli effetti dell'embargo», ha detto il vice premier russo Alexander Novak, avvertendo che ci sarà probabilmente una «grande carenza» di prodotti petroliferi nell'Ue.

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