C'è una violenza che non lascia tracce visibili, ma scava più a fondo di qualsiasi abisso. È l'oblio, il silenzio colpevole che per decenni ha avvolto la tragedia delle foibe e dell'esodo giuliano-dalmata e istriano. Il Giorno del Ricordo nasce per spezzare quel silenzio e ieri, nell'Aula della Camera, alla presenza di Sergio Mattarella e delle massime cariche istituzionali, quella ferita è tornata a parlare.
Una memoria che non è solo commemorazione, ma responsabilità. Lo ha ricordato il presidente della Camera Lorenzo Fontana, sottolineando come quella memoria non appartenga al passato, ma interroghi il presente, soprattutto in un tempo attraversato da nuovi conflitti e da tensioni che rimettono in discussione i valori fondanti dell'Europa.
Parole forti sono arrivate dal presidente del Senato Ignazio La Russa, che ha richiamato il dovere di chiedere perdono "per il colpevole silenzio che ha avvolto e coperto queste voci per troppi anni". Un silenzio fatto di vergogna, di insulti, di pietre lanciate contro il treno degli esuli alla stazione di Bologna, di latte rovesciato sulle rotaie invece che consegnato ai bambini. Ricordare, ha ribadito La Russa, è un atto di verità, di amore e di giustizia da compiere ogni giorno, affinché simili tragedie non si ripetano mai più.
Il Giorno del Ricordo parla anche al nostro tempo, come sottolinea Antonio Tajani. "Mai più pulizie etniche. Mai più persecuzioni fondate sull'identità. Fu Silvio Berlusconi, nel 2004, a istituire questa ricorrenza: un atto di alto valore civile che ha piantato il seme della riconciliazione e della consapevolezza nazionale", segnando un prima e un dopo nel racconto del dramma giuliano-dalmata.
Ma è l'intervento di Toni Concina, presidente onorario dell'Associazione Dalmati, a incidere nella coscienza. "Bisogna combattere con forza tutti i negazionismi rappresentati da associazioni che sostengono e finanziano spregevoli operazioni di odio. Le vere foibe sono l'oblio". Per Concina, la cancellazione della memoria collettiva è una violenza che continua, che uccide una seconda volta. "Il delitto più spregevole è stato aver costretto 350mila persone ad abbandonare le loro case. Sono fuggiti in massa per rimanere italiani e per sfuggire alla pulizia etnica ordinata da Tito". Un'accusa che riporta al centro le responsabilità storiche e lo sradicamento di intere comunità.
Eppure, dentro quella ferita, c'è una storia di dignità. "Siamo stati cacciati e ci siamo integrati", ha ricordato Concina, rivendicando il percorso degli esuli nelle nuove realtà italiane. Un'integrazione testimoniata da figure come Ottavio Missoni, simboli di un contributo che ha inciso profondamente nella vita del Paese.
Anche il messaggio di Giorgia Meloni, affidato ai social, ha ribadito il dovere di non voltarsi dall'altra parte, di onorare le vittime e di non permettere che quella tragedia venga relativizzata o dimenticata.
Perché ricordare le foibe non è solo guardare indietro. È scegliere di combattere l'oblio e l'ignoranza, restituendo agli esuli e ai sopravvissuti quella dignità per troppi anni negata dal proprio stesso Paese.
Con questo stesso intento è stata allestita la mostra al Complesso del Vittoriano a Roma che, come sottolineato dal ministro della Cultura Alessandro Giuli, racconta la storia dei "nostri concittadini che hanno pagato in modo atroce le conseguenze della Seconda Guerra Mondiale".