Il ricatto del Pd che usa il jolly delle dimissioni

Facciamo un esercizio. Provate a impostare il dizionario piddino-italiano. Cioè a tradurre in linguaggio corrente l'idioma più politichese, criptico, intessuto di messaggi trasversali e piani di lettura che potete immaginare.

Parole formali, ricatti veri

Facciamo un esercizio. Provate a impostare il dizionario piddino-italiano. Cioè a tradurre in linguaggio corrente l'idioma più politichese, criptico, intessuto di messaggi trasversali e piani di lettura che potete immaginare. Ieri Luigi Zanda, noto senatore dei democratici, in una intervista a Tpi, ha lanciato questo messaggio in bottiglia. Occhio, però, che la bottiglia può anche essere esplosiva. «Oggi serve un garante che abbia una visione del futuro. Berlusconi non verrà eletto. Ne sono sicuro. Una candidatura che non esiste, il centrodestra deve prenderne atto. Il prossimo Presidente deve essere all'altezza della sfida, deve seguire le orme di Mattarella». Profetizza con una certa sicumera il papavero di via del Nazareno. Però poi arriva il pizzino: «Se Draghi non va al Quirinale, dovrebbe presentare le dimissioni da Presidente del Consiglio al nuovo Presidente della Repubblica. È la prassi e dovrebbe farlo anche lui. Dobbiamo essere molto riconoscenti a Draghi, per quel che ha fatto fin qui per l'euro, per l'Ue e per l'Italia». Cioè? Formalmente tutti i presidenti del Consiglio, dopo l'elezione di un nuovo capo dello Stato, si presentano al Colle con le dimissioni in mano. Per poi tornarsene a palazzo Chigi con lo stesso incarico che avevano cinque minuti prima. È talmente scontato che pare quasi inutile ricordarlo. Proprio per questo ha un significato che va oltre le parole: basta attivare il traduttore automatico di cui parlavamo sopra. Quel che Zanda avrebbe voluto dire e, di fatto, ha detto è ben più prosaico di un'eterea cogitazione politologica e suona più o meno così: «Mettiamo subito le cose in chiaro: sul Quirinale decidiamo noi e guai a lasciarlo in mano a qualcuno di centrodestra, tanto meno a Berlusconi. Siamo ancora più chiari: se Draghi non diventa presidente della Repubblica si dimette e se ne va a casa». O tutto o niente.

La traduzione è piuttosto impietosa e riporta la dichiarazione ad una sorta di ricatto politico. Ricatto che, tuttavia, rimane appeso in aria. Senza un mandante esplicito e nascosto dietro alla foglia di fico della formalità istituzionale. Perché, per far cadere un governo, qualcuno deve aprire una crisi e dunque mettere in discussione il governo di unità nazionale che sta cercando di traghettare il Paese fuori dalla pandemia. Non basta la liturgia delle dimissioni pro forma. Se ne assumerà la responsabilità il Partito Democratico? Leggendo Zanda i dem sono disposti a tutto, anche a minacciare di farsi esplodere e a fare deflagrare l'esecutivo, pur di mettere sul colle più alto chi pare a loro. Ed è l'eterno copione del bambino viziato che se non riesce a vincere la partita decide di forare il pallone e, come in questo caso, di dare alle fiamme anche il campo di calcetto. Solo che di mezzo c'è un intero Paese.

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