Leggi il settimanale

La partita dei rinvii e l'Iran senza fretta: il tempo come arma per sfinire l'America

Teheran non deve rispondere all'opinione pubblica: lo Stretto usato come grimaldello

La partita dei rinvii e l'Iran senza fretta: il tempo come arma per sfinire l'America
00:00 00:00

Per ora Islamabad è una scacchiera vuota su cui si consuma una partita dei rinvii giocata tra guerra e pace, tra negoziato e ritorno alle armi. Un partita in cui il viaggio del vice presidente JD Vance non è ancora annullato, ma ufficialmente sospeso. Una partita basata sulla legge del più forte, l'America di Donald Trump, si misura con i sotterfugi di un regime in ginocchio, ma libero dai condizionamenti dell'opinione pubblica. E svincolato dai tempi delle democrazie. Una partita in cui la posta in gioco sono i 450 chili di uranio arricchito al 60 per cento ancora in mani iraniane e il controllo dello stretto di Hormuz bloccato da mine e barchini dei pasdaran.

Per chiudere i giochi e proclamare vittoria, The Donald deve farsi consegnare il nucleare e riaprire lo Stretto. Ma la partita è complessa. Sul fronte bellico l'Iran non ha i mezzi per difendersi dalla supremazia militare e tecnologica degli Stati Uniti. Ma può tornare a colpire i paesi del Golfo alleati dell'America, cruciali per il sostentamento energetico di Asia ed Europa. E può rifarsi sul fronte negoziale allungando una trattativa indispensabile a Trump per riconquistare l'opinione pubblica.

La dirigenza iraniana può, inoltre, nascondersi dietro un gioco di specchi. Stando alle indiscrezioni Mojtaba Khamenei, l'ectoplasmatica Guida Suprema succeduta al padre senza mai parlare o comparire in pubblico, avrebbe approvato il negoziato. Ma la delegazione iraniana (al pari di quella americana) non ha ancora raggiunto Islamabad. Tutti e due lasciano all'avversario l'obbligo della prima mossa. In tutto ciò non è chiaro chi e cosa rappresentino i due capi negoziatori. Ovvero se Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi rispondano alle sopravvissute istituzioni iraniane o siamo semplicemente marionette nelle mani dei Pasdaran.

Di certo chi tira le fila del gioco conosce oltre alle carte, anche gli handicap capaci, come nel bridge, di bloccare Trump. A questo punto tempo, consensi e economia pesano quanto bombe e missili. Per questo sul fronte della democrazia si gioca in svantaggio. Il tempo consuma i giorni che separano Trump dal voto di Midterm, dall'incubo di una maggioranza democratica capace di bloccarlo. Mentre sondaggi e computo dei consensi rendono meno efficace la minaccia bellica. Soprattutto se ad agitarla è un presidente arrivato alla Casa Bianca promettendo la fine delle "guerre infinite" dei suoi predecessori. E poi c'è l'handicap economia. In questo scontro asimmetrico un prezzo della benzina oltre i quattro dollari al gallone è un'arma potente quanto gli F35 o i missili Tomahawck. Soprattutto se dall'altra parte c'è un potere che può ignorare le sofferenze del proprio popolo. O metterle a tacere con le armi e terrore. Ecco perché la sfida che attende il vice presidente americano JD Vance, se mai arriverà a Islamabad, è a dir poco complessa. Discuterà con Ghalibaf senza sapere chi decide veramente. E dovrà scendere nei dettagli di una riapertura di Hormuz che richiede pazienza, e tanto di quel tempo così prezioso per Trump.

Se i colloqui non basteranno, dovrà mettere sul tavolo il ritorno a un conflitto che lui per primo ha sempre detto di voler risparmiare al popolo Maga. Non a caso l'iraniano Ghalibaf già twitta: "Venderanno la guerra per rendere di nuovo grande cosa?". Battute e giochi facili per chi come lui e i suoi mentori gioca sulla pelle di 90 milioni di iraniani.

Commenti
Pubblica un commento
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette. Qui le norme di comportamento per esteso.
Accedi
ilGiornale.it Logo Ricarica