A Hormuz e in Libano i Pasdaran e i loro alleati di Hezbollah lavorano per cancellare ogni possibilità di negoziato con gli Stati Uniti di Donald Trump. La mossa è quantomai esplicita. In Libano un attacco, attribuito al Partito di Dio, è costato la vita ad un casco blu francese. Nello Stretto di Hormuz i barchini dei pasdaran hanno aperto il fuoco contro tre navi impegnate ad attraversare lo Stretto. I tentativi di riportare l'Iran al tavolo dei negoziati fanno i conti, insomma, con una Repubblica Islamica trasformatasi in un'idra a due teste. Da una parte quella dell'impianto di governo sopravvissuto ai bombardamenti e alle eliminazioni mirate di Israele. Dall'altra quella più sensibile alle sollecitazioni dei Guardiani della Rivoluzione e degli esponenti ultra-conservatori impegnati ad approfittare della guerra per trasferire nelle proprie mani il controllo del paese. Un controllo che non prevede trattative con il nemico.
Per comprendere la complessità dello scontro interno all'Iran e la difficoltà di intavolare un negoziato bisogna fare un salto all'indietro di 48 ore. Venerdì infatti il ministro degli esteri iraniano Abbas Aragchi dichiara che Hormuz è "completamente aperto". Sul fronte libanese invece il duro altolà imposto da Trump al premier israeliano Benjamin Netanyahu sembra far tacere le armi e aprire le porte a dieci giorni di cessate il fuoco. Nelle ore successive però Tasnim, un'agenzia stampa controllata dai pasdaran, cita la riapertura di Hormuz facendo notare che "il ministro degli esteri dovrebbe riconsiderare questo tipo di comunicazione". Nel frattempo Mahmoud Nabavian - un deputato ultra-conservatore reduce dai colloqui di Islamabad - confuta Aragchi. Subito dopo i pasdaran assumono l'iniziativa. Mentre Mohammad Ghalibaf, capo negoziatore di Islamabad, nega ogni possibile ripresa dei colloqui i pasdaran mettono in mare i loro barchini e, ieri mattina, attaccano tre navi impegnate nell'attraversamento di Hormuz. In pratica richiudono lo stretto a colpi di mitragliatrice. A rivendicare la mossa ci pensa il vicepresidente Mohammad Reza Aref spiegando che "la gestione di Hormuz è un diritto legale dell'Iran - da rivendicare "sia al tavolo dei negoziati sia sul campo". Ieri pomeriggio Tasnim si ripropone, invece, come interprete unico della volontà iraniana. "Non scenderemo a compromessi, non ci ritireremo e non tollereremo nulla", scrive l'agenzia dei pasdaran citando il Consiglio supremo di Sicurezza nazionale guidato da Ghalibaf.
In Libano non va diversamente. Da una parte Hezbollah smentisce il presidente francese Emmanuel Macron che attribuisce ai militanti sciiti la responsabilità dell'uccisione di un casco blu francese e il ferimento di altri tre. Dall'altra Mahmud Qamati, funzionario del Partito di Dio, dichiara che il movimento non è coinvolto nei negoziati diretti con Israele e non ha concordato il cessate il fuoco. Le trattative chiarisce Qamati sono "negoziati di sottomissione... siamo noi quelli che elaborano le decisioni e non quelli che hanno ruoli ufficiali". Insomma i negoziati per la ripresa delle trattativa, confermati anche ieri da Donald Trump, sembrano il vero bersaglio dei pasdaran e delle fazioni iraniane più estremiste. Con un duplice obbiettivo. Da una parte trasformare Hormuz in un arma con cui ricattare permanentemente l'Occidente.
Dall'altra dimostrare che in Libano l'unico interlocutore di eventuali piani di pace non è il governo, ma Hezbollah. O, per meglio dire, l'Iran dei Guardiani della Rivoluzione. Obbiettivi che però devono tener conto dell'ultimatum di Trump. I bombardamenti, avverte il Presidente, "possono riprendere già mercoledì".