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In passerella sfila il senso dell'heritage

Ode alla memoria da Emporio Armani e Marni. E Prada punta sulle stratificazioni

In passerella sfila il senso dell'heritage
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C'è una nuova parola d'ordine nella moda, qualcosa di più vero e profondo del cosiddetto heritage, la solita parola inglese che suona bene ma spiega poco o niente. La prima a usarla è Silvana Armani, nipote di re Giorgio che da una vita lavora sulla moda donna del Gruppo. Al termine della fenomenale sfilata Emporio, la signora dice: "Siamo riusciti a dare continuità al lavoro del Signor Armani anche aggiungendo qualcosina che magari lui non avrebbe messo. Penso però che sia contento". Accanto a lei Leo Dell'Orco, responsabile dell'uomo oltre che Presidente della Fondazione, dice sostanzialmente la stessa cosa: "Più frizzante del solito, forse qualche tacco in più, ma a lui sarebbe piaciuta". Insomma la chiave di volta per far uscire questa benedetta moda dalla crisi sembra proprio essere l'evoluzione nella tradizione, il passato vissuto come ponte verso il futuro. Silvana e Leo che per la prima volta hanno lavorato insieme sulla stessa sfilata divertendosi moltissimo, sono riusciti a costruire un'immagine al femminile simmetrica a quella maschile, più giovane e leggera di quelle comunque sublimi create dal maestro.

Le ragazze indossano ogni tanto delle corte gonnelline a pieghe sotto al magico ensemble di giacca e gilet che i ragazzi portano con i pantaloni di linea sciolta. In entrambi i casi compaiono a volte degli ampi bermuda che su di lei diventano gonna pantaloni ma quasi tutti hanno in testa wuel tipo di cappello detto Tom Boy consegnato al mito da Charlie Chaplin.

Inevitabile pensare a Peaky Blinders, la splendida serie inglese in onda su Netflix che segue le gesta di una banda criminale nella Birmingham del secolo scorso. Di tutto questo nella collezione Emporio resta solo il cappello e quel divino gusto british che ha sempre qualche tocco di eccentricità come il cappotto tagliato come un frac o quello con i ricami a catenelle argentate per lui. Anche sulla passerella di Marni si rivede finalmente quello stile che a Milano si definisce da spitinfia e che nessuno prima d'ora ha saputo fare bene quanto Consuelo Castiglioni, fondatrice e anima del brand fino al 2016 quando al suo posto arrivò Francesco Risso. Con la strepitosa sfilata di ieri è cominciata l'era di Meryll Rogge, un'adorabile designer belga che ha lavorato per anni con Marc Jacobs in America e dalla scorsa estate si è trasferita sulle rive del Naviglio con il marito e due figli. Normale ma speciale in tutto quello che progetta, la signora ha fatto in salsa nuova ciò che faceva Consuelo: mettere i sogni al centro dei bisogni delle donne. Per arrivare da Prada tocca fare un percorso a ostacoli tra divieti, transenne e un servizio d'ordine degno del G7. Poi una volta raggiunta la meta scopri che c'è anche Zuckemberg oltre a una marea di star ma è più facile vedere lui che i vestiti in passerella perché le modelle più che sfilare corrono. Del resto sono in tutto 15 invece delle solite 80 o giù di lì. A ogni giro le ragazze indossano un altro pezzo su quello che hanno appena sfoggiato, una geniale rivisitazione del cosiddetto layering. Resta da capire cosa ci sia di nuovo a parte la parola usata da Miuccia Prada e Raf Simons per definire il loro lavoro: stratificazione. Max Mara è una certezza: nessuno fa giacche e cappotti così impeccabili, la stravaganza qui non fa mai rima con eleganza. Stavolta il punto di partenza è Matilde di Canossa, una donna forte e gentile come dovrebbero essere le clienti del brand. Il marrone saio sarà la tinta del prossimo inverno.

Del resto da Cavalli domina il nero in una felice interpretazione di Fausto Puglisi, mentre da Genny Sara Cavazza vola alto sui volant con un buon mix appeal tra Direttorio e dandismo, entrambi figli della rivoluzione francese con buona pace di Oscar Wilde.

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