"Renzi ha scelto la scissione". E la minoranza se ne va dal Pd

Lo psicodramma dem volge al termine. La minoranza lascia l'assemblea. Emiliano, Rossi e Speranza rompono definitivamente: "Atteso invano un'assunzione di responsabilità"

"Renzi ha scelto la scissione". E la minoranza se ne va dal Pd

La rottura è consumata. La scissione ormai non è più solo una parola nell'aria. Michele Emiliano, Enrico Rossi e Roberto Speranza firmano un comunicato che, al termine di un'infuocata Assemblea del Pd, non lascia più margine di intesa. "Anche oggi nei nostri interventi in assemblea c'è stato un ennesimo generoso tentativo unitario - hanno tuonato i tre - ma è ormai chiaro che è Renzi ad aver scelto la strada della scissione assumendosi così una responsabilità gravissima".

"La parola scissione è tra le più brutte, peggio c'è solo ricatto. Non è accettabile bloccare un partito per i diktat della minoranza". All'Assemblea del Pd Matteo Renzi ha tirato dritto: non ha accettato l'ultimatum lasciato ieri dalla minoranza al Teatro Vittoria, si è dimesso da segretario del partito e ha dato appuntamento a tutti al congresso. Un muro insormontabile contro cui sono andati a schiantarsi quei ribelli dem che chiedevano all'ex premier un passo indietro. Emiliano ha provato a mediare, ma l'ex premier non si è nemmeno premurato di dargli una risposta. La misura era colma, lo psicodramma al limite. "Sono maturi i tempi per una forza nuova", ha sentenziato Rossi. Nei prossimi giorni verranno decise le tappe del nuovo percorso. "Con calma, senza enfasi", hanno fatto sapere alcuni esponenti della minoranza.

Durante l'assemblea, molti dem hanno provato a lanciare appelli pacificatori. "Non si può mandare tutto in fumo - ha detto il ministro Dario Franceschini - non bisogna distruggere la casa che abbiamo costruito. Restate, ma dentro la casa comune". Walter Veltroni ha, invece, elencato le divisioni della sinistra con tanto di conseguenze, dai governi di centrosinistra alla mancata candidatura di Prodi al Quirinale. "La sinistra, quando si è divisa, ha fatto male a se stessa e al Paese - ha detto l'ex segretario - questo è stato il demone, la malattia politica, ridurla a una questione di carattere e persone è una scorciatoia". E dello stesso tenore sono stati gli interventi di Piero Fassino e Alfredo D'Attorre. Ma la rottura è già scritta da tempo.

Lo scontro tra maggioranza e minoranza del Pd come la corsa dell'auto di "Goventù Bruciata", in cui le auto correvano l'uno contro l'altra finché uno dei due driver non avesse cambiato direzione. Il paragone è stato scelto da Gianni Cuperlo che, durante l'Assemblea del Pd, ha chiesto a entrambi i driver di fermarsi. Ma nessuno lo ha fatto. Renzi ha scoperto le carte ed è voluto andare allo scontro finale. E la frangia più dura della minoranza non si è tirata indietro. Soltanto Emiliano ha provato a mediare. Un tentativo in extremis dopo i toni perentori lanciati ieri. Non solo ha negato di aver chiesto a Renzi di non candidarsi più a segretario, ma gli ha anche rinnovato la fiducia. "So che cosa è un conflitto vero, che cosa è una guerra - ha consluso - le guerre scoppiano anche per equivoci". Ma l'ex premier non ha nemmeno ritenuto necessario rispondergli. E (forse) è stato il gesto estremo che ha fatto precipitare tutto.

"L'ennesimo generoso tentativo unitario - ha lamentato la minoranza - è caduto nel nulla. È ormai chiaro che è Renzi ad aver scelto la strada della scissione assumendosi così una responsabilità gravissima".

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