Il Pd piomba nel caos: "Siamo un gruppo allo sbando"

Il giorno dopo la sconfitta sul ddl Zan, dentro il Pd parte la resa dei conti e la conseguente caccia ai franchi tiratori

Il Pd piomba nel caos: "Siamo un gruppo allo sbando"

È già partita la ‘caccia alle streghe’. Il giorno dopo che, di fatto, ha decretato la morte del Ddl Zan, il Pd cerca i franchi tiratori.

I dem conoscono gli effetti drammatici del ‘fuoco amico’ sin dal 2013, ossia dall’impallinamento di Romano Prodi nella corsa al Colle. Eppure, per il Pd, la giornata di ieri era cominciata con la sicurezza di avere i numeri per respingere ‘la tagliola’ del centrodestra. Il senatore veronese Vincenzo D’Arienzo sentenziava: “Finirà 148 a 141 per noi. Fidatevi con la presidente Malpezzi abbiamo previsto tutto fino a tarda notte”. Emma Bonino, illusa che la vittoria fosse a portata di mano, alla fine è rimasta talmente delusa da commentare: “Ma in che mani è finito il Pd? Dove li hanno presi questi geni della matematica?”. La realtà dei numeri, infatti, ha trasformato il sogno in un incubo per il Pd che, fino a pochi giorni fa, aveva sempre respinto ogni tentativo di mediazione, negando fino all’ultimo la possibilità di avere delle ‘serpi in seno’.

Alla fine, nel pomeriggio di ieri circola una ‘velina’ secondo la quale i franchi tiratori sarebbero 16. “Si tratta dello ‘spin’ del vicepresidente Franco Mirabelli diffuso dal solerte capoufficio stampa del Pd del Senato, che ha però il solo obiettivo di far sapere urbi et orbi che ci sono stati franchi tiratori nello stesso gruppo parlamentare dem”, rivela a ilGiornale.it un’autorevole fonte di Palazzo Madama. In realtà, ben presto, si scopre che i traditori sono “circa una trentina” dato che almeno tre senatori forzisti hanno votato a favore del ddl Zan. Parte, dunque, la caccia ai traditori. L’ex ministro Valeria Fedeli chiede le dimissioni del capogruppo Simona Malpezzi, mentre i lettiani attaccano non solo i senatori di Italia Viva, ma anche chi, come Andrea Marcucci e Dario Stefano, aveva cercato fino all’ultimo di evitare la conta. “Siamo un gruppo allo sbando, governato da dilettanti allo sbaraglio”, ci dicono con grande realismo alcuni senatori dem.

L’ex segretario Nicola Zingaretti, oggi, si è affrettato a difendere il successore: “Letta ha in mano la leadership di questo partito ed è assolutamente in grado di guidarlo. Lo ha dimostrato portando alla vittoria nell'ultima giornata di elezioni amministrative". Secondo il presidente della Regione Lazio "Letta e il Pd hanno messo in chiaro e hanno fatto vedere chi in questo paese fa il furbo e chi invece vuol combattere davvero queste battaglie". Il riferimento ai renziani non pare neanche così tanto velato. È evidente che il voto di ieri è stata una sorta di prova generale in vista del voto per il Quirinale e che, comescrive oggi Il Giornale, quei voti mancanti sono stati dei "pizzini" indirizzati a Letta affinché comprenda che il nuovo inquilino del Colle non si può eleggere senza i voti dei centristi. Il deputato dem Francesco Boccia, però, non ci sta e, ieri, ha attaccato duramente i renziani: "Per quanto mi riguarda, Italia viva, con questa ennesima spregiudicatezza sui valori, conferma che è diventata come la Lega. Inutile aggiungere altro, non abbiamo più nulla da dirci". La tattica del Pd, ora, infatti, è quella di puntare il dito verso i renziani, accusandoli di volersi alleare col centrodestra. Da Italia viva, però, si smentisce la virata a destra: "Lo dicono i numeri, i franchi tiratori sono tanto nel Pd quanto nei Cinquestelle", ci fanno sapere. La sensazione, alla luce del voto di ieri, è che, diversamente da quanto dichiarato da Zingaretti, Letta non controlli i suoi gruppi parlamentari e, quindi, che piaccia o meno a Boccia, i centristi (e, quindi, i renziani) saranno determinanti soprattutto tra un mese, quando si dovrà eleggere il successore di Sergio Mattarella.

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