"Quel pensiero nero che distrugge tutto: Ti raggiungo laggiù..."

Il professor Rosario Sorrentino, neurologo, è fondatore e direttore dell'Ircap (Istituto di ricerca e cura degli attacchi di panico) di Roma e direttore scientifico dell'Istituto di neuroscienze globali.

Due sorelle che, a distanza di un anno, si sono uccise con le stesse modalità. Cosa ne deduce?

«Il suicidio è sempre la punta di un iceberg».

Cosa significa?

«Togliersi la vita può essere l'atto finale di un lungo processo».

Nel caso di queste due sorelle qual è stato il «processo»?

«Escluderei il gesto di rabbia che porta a un gesto subitaneo di autodistruzione».

E allora cosa resta?

«Ci troviamo dinanzi a scomposizione di un valore esistenziale».

Le vittime avevano figli. Neanche questo le ha fermate?

«Orma, in loro, il flusso di coscienza si era interrotto».

Il tutto provocato da una sorta di «sovrapposizione di personalità» tra le due sorelle?

«È probabile che la donna che si è uccisa ieri abbia cominciato a pensare a questo gesto subito dopo lo choc patito a seguito del suicidio della sorella».

Ma tra un suicidio è l'altro è trascorso un anno? Non è un tempo sufficiente per elaborare il lutto?

«No. Un anno è un tempo breve».

Un periodo in cui l'interiorizzazione del dolore si è trasformato in malessere fisico e psichico?

«L'incubazione del disagio che è divenuta intollerabile. E alla fine è esplosa».

Nessuno di chi le stava vicino se n'è accorto?

«Quando dalla fase programmatica del suicidio si passa a quella operativa si lanciano dei messaggi. Che però non sempre vengono colti».

Nei casi di suicidio è ricorrente una parola: depressione.

«Io parlerei piuttosto di solitudine fisica e mentale».

Queste due sorelle, sebbene con una differenza di età di sei anni, parevano due gemelle.

«Hanno vissuto una vita insieme. Accomunate dall'amore».

Un suicidio per amore?

«È come se la sorella minore, dopo il suicidio della sorella maggiore, avesse detto Ora ti raggiungo laggiù. Togliendosi anche lei la vita».

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