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"Il pentito di Report mai stato credibile". Crolla pure il teorema sulle stragi del 1992

Il procuratore di Caltanissetta demolisce le ricostruzioni su Capaci e via D'Amelio

"Il pentito di Report mai stato credibile". Crolla pure il teorema sulle stragi del 1992
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Da "zero tagliato" a "carta straccia". La fantomatica pista nera dietro le stragi di Capaci e Via d'Amelio, portata avanti da Report e dall'antimafia con la a minuscola a colpi di suggestioni e allusioni si schianta definitivamente davanti all'Antimafia con la A maiuscola - presieduta da Chiara Colosimo (Fdi) - con l'audizione di Salvatore De Luca, procuratore capo di Caltanissetta che ha in mano le indagini sui mandanti. Assieme alla pista nera finisce nella polvere anche l'ultimo brandello di credibilità di Report (e in parte del Fatto quotidiano) che da anni ripropone la versione postuma di un sedicente mafioso morto nel 2007 che avrebbe visto il fondatore di Avanguardia nazionale Stefano Delle Chiaie come trait d'union dell'asse Cosa nostra-servizi segreti deviati partecipare attivamente a Palermo alla preparazione dell'attentato di Capaci fatale a Giovanni Falcone. "La valutazione dell'attendibilità di Alberto Lo Cicero rende possibile un'analogia con Vincenzo Scarantino", il finto pentito della strage di Via d'Amelio costata la vita a Paolo Borsellino il 19 luglio 1992, dice De Luca. Ma a differenza di Antonino Di Matteo, Luca Tescaroli e altri pm caduti nella trappola suggestiva di un falso pentito, De Luca preferisce l'osservanza ossequiosa del "metodo Falcone" ("non si va a processo con prove fragili, si archivia e si riapre il fascicolo in caso di nuovi elementi", ha detto il procuratore) di fronte a un personaggio che già nel 1995 - lo dicono le sentenze - ha "mentito sulla sua appartenenza a Cosa nostra, per cui tutto quello che sostiene di avere appreso dagli uomini d'onore è totalmente falso", così come inattendibili sono le dichiarazioni della donna di Lo Cicero Maria Romeo, de relato e in contrasto col compagno "che mai ha menzionato direttamente Delle Chiaie".

Il procuratore se la prende anche con l'ex pm della Dna Gianfranco Donadio, allontanato dalla Procura antimafia per comportamenti fuori linea e oggi a riposo che nel 2007 lo aveva interrogato "senza un atto d'impulso" ma che a Paolo Mondani di Report ne rivendica l'attendibilità. "Da Enzo Tortora a Via d'Amelio, i principali disastri giudiziari sono stati causati da una inesperta o inadeguata trattazione dei collaboratori di giustizia che tendono a compiacere i pm. Come juke box, dove tu digiti quello che vuoi sentire, prima o poi lo sentirai", sottolinea De Luca. Quindi, perché ritirarne fuori oggi le balle, a 40 anni dal maxiprocesso a Cosa Nostra che ha decapitato la mafia e decretato la morte di Falcone e Borsellino?

Forse perché Caltanissetta sta cercando i mandanti delle stragi nel "covo di vipere" (Borsellino dixit) della Procura di Palermo di allora; nei colleghi che archiviarono frettolosamente il dossier mafia-appalti cinque giorni prima che il magistrato morisse ("e senza informarlo", sostiene il legale della famiglia Fabio Trizzino) come Guido Lo Forte e Roberto Scarpinato, oggi in Antimafia da senatore M5s; in quelli che facevano affari con i boss in odore di mafia come Giuseppe Pignatone e Gioacchino Natoli indagati per favoreggiamento alla mafia; in chi ha inseguito l'ipotesi fragilissima che il mandante fosse Silvio Berlusconi, buona per finire in Parlamento o fare ascolti, non per sconfiggere i boss e "vendicare" la morte dei due magistrati.

Secondo la Colosimo "sulle stragi rimangono aperte molte meno zone d'ombra di prima ma si può arrivare a una verità storica".

Sono trent'anni che la disinformazione prevale sulle indagini, "ciò che Report e Mondani hanno presentato come verità assoluta attraverso la Rai è una ricostruzione falsa, alimentata anche da ex magistrati oggi grillini - dice la deputazione di Forza Italia in Antimafia - distraendo da filoni investigativi ben più rilevanti" come il bistrattato dossier dei Ros mafia-appalti costato la gogna (e non la gloria) a Mario Mori.

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