La Borsa di Milano chiude a un passo dal suo record storico. Ieri il Ftse Mib, il paniere azionario più importante di Milano, è salito dell'1,15% sfondando quota 50mila punti a un'inezia al di sotto del picco massimo che toccò nel marzo del 2000. Era oltre un quarto di secolo fa, all'apogeo della bolla di internet che esplose in modo rovinoso tra il 2000 e il 2002. Travolse non solo l'Italia: a tal punto che il Nasdaq, il listino americano riferimento per le società tecnologiche, arrivò a perdere in quel periodo il 78% del suo valore. Allora a far franare tutto fu l'imponente disallineamento tra le quotazioni di Borsa delle società di internet, con la loro capacità di generare ricavi che si rivelò molto inferiore alle aspettative.
Un'epoca molto diversa, ma con molti punti di contatto con i giorni nostri: anche oggi il carburante principale della corsa dei listini azionari è la tecnologia, con la corsa agli investimenti miliardari sull'intelligenza artificiale ad alimentare una corsa apparentemente senza fine. A tal punto da far temere un nuovo capitombolo sui mercati. Il gigante Nvidia, a suo modo simbolo di questa nuova rivoluzione industriale con i suoi microchip ultra performanti, capitalizza a Wall Street quasi 5,7 mila miliardi di dollari. Un numero comparabile con quello del Pil di una potenza economica come la Germania.
L'Italia ha partecipato a questa festa sui mercati, ma con specificità tutte sue. Un ruolo significativo è stato giocato anche dal clima di stabilità politica che si è instaurato durante il governo Meloni, il secondo più longevo della storia repubblicana. Ma anche da un differenziale di rendimento tra i Btp italiani e i Bund tedeschi che si è ridotto a 73 punti, frutto della prudenza dimostrata dal governo nel rientro del deficit e dalla conseguente promozione delle principali agenzie di rating internazionali. Va poi considerato che sulla Borsa italiana pesano tantissimo i titoli bancari e delle società energetiche. Partendo dai primi, la fiammata inflattiva seguita all'invasione russa dell'Ucraina ha portato la Banca centrale europea ad alzare i tassi d'interesse: questo, insieme a una crescita economica rimasta resiliente, ha spinto i loro bilanci portando i principali istituti di credito a macinare bilanci e dividendi da record: da Intesa Sanpaolo a Unicredit, passando per Mps, Banco Bpm e Bper. Lo stesso risiko bancario, con i tentativi di scalata di Unicredit su Bpm e quelli riusciti di Bper sulla Popolare di Sondrio e di Mps su Mediobanca ha contribuito a intensificare la dinamica di apprezzamento dei titoli del settore.
A questo scenario, segnato da tensioni geopolitiche considerevoli, hanno contribuito big italiani dell'energia come Eni ed Enel, protagoniste in un periodo delicato della storia italiana chiamata a diversificare le sue fonti di approvvigionamento energetiche. Le maxi commesse per il riarmo europeo hanno favorito aziende come Leonardo e Fincantieri.
Ultimo, ma non per importanza, l'avvento di Poste Italiane come primo azionista di Tim ha alimentato la resurrezione della compagnia telefonica, sulla quale ha lanciato un'Offerta pubblica d'acquisto. Il gruppo sarà capofila della digitalizzazione italiana.