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Porti, Ferrovie e Mps. Ecco i gioielli di Stato con cui il Tesoro può procurarsi i soldi per la manovra

Dall'apertura ai privati per la gestione dei servizi portuali, alla cessione di parte delle grandi partecipate pubbliche. Nei forzieri dello Stato italiano ci sono gioielli che valgono miliardi

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Dall'apertura ai privati per la gestione dei servizi portuali, alla cessione di parte delle grandi partecipate pubbliche. Nei forzieri dello Stato italiano ci sono gioielli che valgono miliardi. Tutto parte dalle parole del ministro dell'Economia, Giancarlo Giorgetti, che nell'annunciare l'investimento per la rete di Tim ha aperto a possili privatizzazioni, affermando che «certamente ci sono delle situazioni che potrebbero originare una riallocazione delle partecipazioni dello Stato, può darsi che ci siano delle realtà in cui è possibile disinvestire».

Insomma, niente di certo, però nell'ambito di una manovra con pochissime risorse, qualche cosa potrebbe anche essere fatta. Si potrebbe partire da Mps, visto anche gli accordi con l'Europa di uscire dal capitale entro il 2024, di cui il Tesoro ha in mano un 64,2% che, a quotazioni di mercato, vale oltre 2 miliardi. Alla fine del 2015, la cessione sul mercato del 34,7% del capitale di Poste Italiane ha fruttato un incasso di 3 miliardi. Oggi il Mef ha in mano un 29,2% del gruppo a cui si aggiunge l'oltre 35% detenuto da Cassa depositi e prestiti. Nel 2016 si era parlato della cessione di un altro 30% di Poste per un incasso stimato di altri 3 miliardi. Al progetto non si diede seguito. Oggi, a prezzi di mercato, una quota del 30% varrebbe circa 4 miliardi. C'è poi anche la partita Ita Airways già intavolata con Lufthansa, e che resta in attesa del via libera delle autorità europee.

Un gioiello finora mai intaccato dalle privatizzazioni, però, sono le Ferrovie dello Stato. Non sarebbe un'idea nuova, già il governo di Matteo Renzi aveva pensato di collocarne sul mercato un 40% (esclusa l'infrastruttura) per un incasso stimato tra i 4 e i 7 miliardi. Tra le quotate, oltre alle già citate Mps e Poste, attualmente lo Stato detiene il 53,28% di Enav (oltre 1 miliardo di valore), il 23,59% di Enel (14,8 miliardi), il 4,34% di Eni (oltre al 25,76% attraverso Cdp, per un valore complessivo di 14,6 miliardi), il 30,2% di Leonardo (2,26 miliardi). Non è pensabile, ovviamente, che il governo ceda tutte le sue partecipazioni strategiche, ma in linea di principio potrebbe pensare a rivedere alcune quote senza particolari conseguenze sulla governance. E portare in cassa alcuni miliardi.

Sono fioccate anche altre idee nell'Esecutivo per cercare di trovare risorse destinate a finanziare una manovra difficile. Il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, per esempio ha lanciato l'idea di una privatizzazione della gestione dei servizi portuali (non per forza a stranieri). In questo senso, esistono alcuni casi di partnership con privati come quella che si è concretizzata al porto di Rapallo dove la Brizzi & Partners si è presa carico della ricostruzione del porto distrutto dalla mareggiata con l'accordo di entrare nel capitale di Porto Turistico Internazionale di Rapallo.

Stante l'impossibilità di cedere la proprietà dell'infrastruttura, che è di proprietà del Demanio e inalienabile, la proposta potrebbe quindi su un approccio sistemico che potrebbe essere esteso a tutti i 62 porti di rilievo nazionale. Ed è un affare di non poco conto visto che il settore marittimo vale il 3% del Pil e oltre un terzo degli scambi internazionali dell'Italia passano dal mare (fonte Cdp).

Idee utili in vista di una riforma del patto di Stabilità ancora in alto mare, con il sempre più probabile ritorno delle vecchie regole per il prossimo anno. Forse anche per questo la Commissione europea ha chiesto prudenza ai Paesi in vista delle manovre di bilancio, puntando «nel medio termine» a rientrare con il deficit al di sotto del 3% del Pil. Intanto la Germania, per superare le sue difficoltà, ha annunciato un piano da 7 miliardi di sgravi fiscali delle Pmi. Berlino può farlo perché ha un basso debito pubblico (66% del Pil contro il 144% italiano). Chissà, però, se questa mossa espansiva non possa ammorbidire il rigorismo tedesco sulla riforma del Patto e sbloccare la situazione.

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