Povera Italia. Se c'è lo sconto la nostra bandiera ce la vende la Cina

Azienda di Como riceve un ordine per 200mila tricolori da esporre sui balconi. Ma nel Paese dove è nato il virus offrono prezzi più bassi. E la Patria? Addio...

Povera Italia. Se c'è lo sconto la nostra bandiera ce la vende la Cina

Sventoliamo il tlicolole. Bianco, rosso e verde made in China, con buona pace dei patrioti a un tanto al chilo. Una piccola storia che ci viene raccontata dall'imprenditore Alessandro Leopardi racconta molto di come noi italiani pratichiamo con maestria la non troppo difficile arte della doppia morale (predicare bene, razzolare assai male) e di come siamo autolesionisti nel lungo tempo in nome di un piccolo vantaggio sul breve. Vi raccontiamo la sua storia che pur non avendo nulla di illecito a noi ha infastidito e crediamo farà altrettanto con voi.

Leopardi possiede in quel di Como due aziende, la Serigrafica Lariana e la Welltex, specializzate in araldica. Produce bandiere e gagliardetti per partiti politici, sindacati, eventi, manifestazioni, merchandising, pubblicità. Di solito lavora per rivenditori e non fa forniture dirette. «Qualche giorno fa, il 14 aprile - ci racconta - ricevo da un'azienda di comunicazione di Treviso che ha molti clienti importanti la richiesta di 200mila bandiere italiane che dovranno essere allegate a una rivista per fine maggio». Si tratta di un ordinativo importante, normalmente le aziende di Leopardi lavorano su qualche migliaio di pezzi, «al massimo 50mila». E la rivista è evidentemente importante, poche possono vantare quella tiratura.

Leopardi si attrezza, mette in preallarme i suoi dipendenti e le sarte che lavorano per lui a partita Iva, in due giorni produce campioni di stampa, di finitura e di colore e propone al cliente due possibilità: una versione più economica con taglio a caldo a 1,03 euro a pezzo e una più bella con orlo cucito a mano a 1,40 euro. La misura è 70x100 centimetri, ma Leopardi propone anche una versione ridotta 50x70 a prezzo inferiore (rispettivamente 0,75 e 0,95 euro). Entrambe le versioni sono in poliestere leggero (detto pongé), la fibra con cui vengono confezionate le bandiere meno solenni (quelle da esposizione o istituzionali sono in poliestere nautico). Il 16 aprile, dead line della fornitura, Leopardi chiama il cliente e gli cascano le braccia: «Mi dicono che hanno trovato un fornitore che ha fatto loro un preventivo più economico e che hanno accettato quello». Una scelta impeccabile da un punto di vista imprenditoriale (il risparmio si aggirerebbe sui 40mila euro, circa 20 centesimi a pezzo), ma assai sgradevole da un punto di vista simbolico. Le bandiere saranno infatti prodotte in Cina. E i tricolori che saranno esposti da duecentomila famiglie italiane sui balconi e alle finestre il 2 giugno, giorno in cui con la Repubblica sarà celebrata anche la speranza di rinascita dell'Italia sfibrata dal coronavirus, sono realizzate nello stesso Paese da cui il virus è partito per venirci a distruggere la vita dall'altro lato della Terra.

La morale di questa parabola un po' triste traetela voi. Noi vi affidiamo quella di Leopardi, a cui sembra non bruciare soltanto il mancato profitto, «che comunque non sarebbe stato grande, il margine era basso», ma l'aspetto emblematico. «Quando produciamo delle bandiere diamo lavoro a chi le stampa, a chi le cuce, a chi le distribuisce. Scegliere di farle fare in Cina vuol dire aiutare l'economia del Paese che ci ha costretto a questo blackout (non ho detto lockout ma blackout) e non la nostra economia a ripartire. Poi certo, qualcuno mi ha detto: che ti aspettavi, conta soltanto il soldo. Ma io credo che ci sia un modo etico di fare impresa, in particolare oggi». Leopardi poi non è nemmeno troppo scandalizzato: «Lo sa che i sindacati sono i primi a farsi fare le bandiere in Cina? Capisce? I sindacati. Che dovrebbero curare gli interessi dei lavoratori italiani». Povera patria, svenduta ai cinesi per 20 centesimi di sconto.

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