Presidente fino al 2036. Putin può battere Stalin. Navalny va in ospedale

Per varare la norma a giugno cambiata la Costituzione. Tubercolosi per l'oppositore

Presidente fino al 2036. Putin può battere Stalin. Navalny va in ospedale

Sembra che Vladimir Putin non gradisca di sentirsi appiccicare addosso la qualifica adulatoria di Zar. Il richiamo alla monarchia assoluta, per quanto lusinghiero in un Paese che ha sempre avuto un debole per gli uomini forti, disturba l'uomo venuto dal Kgb che ha sempre visto confermare la sua scalata al potere da trionfali successi elettorali. Eppure, oggi che la sua firma è stata apposta sotto il testo di una legge che lo autorizza di fatto a rimanere presidente fino a quando avrà 84 anni, il richiamo al concetto di padre e padrone di tutte le Russie si riaffaccia. Se davvero riuscirà a mantenersi assiso sulla poltrona più dorata fino al 2036, avrà battuto perfino il record di un altro padre e padrone, quello Stalin la cui sanguinaria memoria ha fatto riabilitare riconoscendogli il ruolo di costruttore e difensore della grandezza nazionale.

Come si è arrivati ad attribuire a un uomo solo la possibilità di dominare di fatto sulla Russia per 36 anni consecutivi? La procedura seguita appare formalmente ineccepibile, ma è stato necessario fare ricorso a un trucco. La legge firmata ieri dalla stessa persona che potrà approfittarne, è stata varata dalla Duma dopo che i necessari emendamenti alla Costituzione erano stati approvati a giugno con un referendum: essa stabilisce che vi sia un limite di due mandati presidenziali, ma guarda caso prevede anche che nel conto non vengano considerati i mandati già compiuti dal presidente in carica. Ecco dunque che Putin potrà presentarsi ad altre due elezioni (nel 2024 e nel 2030), puntando di fatto alla presidenza a vita. A ben vedere, con questo meccanismo costruito su misura per le sue ambizioni, non punta tanto ad esercitare il potere fino a vecchiaia inoltrata: il suo disegno sembra piuttosto privilegiare una garanzia di immunità a vita. La legge che il Parlamento dominato dal suo partito nazionalista Russia Unita aveva approvato include infatti un comma di importanza fondamentale, che esclude la possibilità di perseguire gli ex presidenti anche per eventuali reati non commessi durante il mandato. Insomma, una botte di ferro legale disegnata per impedire che, quando Putin lascerà prima o poi il potere, possano aprirsi per lui le porte di un tribunale. Occasioni non ne mancherebbero, se si pensa ai metodi non proprio cristallini con cui lo «zar» ha arricchito se stesso e beneficato gli uomini della sua cerchia, i cosiddetti «siloviki» provenienti in massima parte dal mondo inquietante dei servizi segreti russi. Per non parlare dei numerosi «misteriosi» omicidi di cui sono rimasti vittima in patria e all'estero personaggi del mondo economico, politico e giornalistico che avevano osato sfidarlo: da Aleksandr Litvinenko ad Anna Politkovskaja, da Boris Berezovsky a Boris Nemtsov solo per citare i più famosi e senza dimenticare il caso clamoroso dell'avvelenamento di Aleksei Navalny, attualmente ospite di un penitenziario in seguito a una sentenza palesemente addomesticata.

Navalny è l'uomo che è stato capace, attraverso le sue implacabili denunce di corruzione a carico di Putin, del suo vice Dmitry Medvedev e del loro «cerchio magico» di suscitare una volontà di opposizione presso le classi più istruite e tantissimi giovani in Russia. Messi in galera lui e i suoi collaboratori, lo «zar» ritiene di essersi garantito il futuro. Ma il fatto che abbia preteso l'immunità a vita per legge la dice lunga su ciò che davvero lo preoccupa.

E proprio ieri Navalny è stato spostato nell'infermeria del carcere con febbre alta e tosse, al quinto giorno di sciopero della fame. Si sospetta tubercolosi. Ma il penitenziario smentisce.

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