Processo in Aula all'ultimo ministro di Conte

Mentre abbandona Palazzo Madama Roberto Speranza ha il volto provato di chi non ne può più

Processo in Aula all'ultimo ministro di Conte

Mentre abbandona Palazzo Madama Roberto Speranza ha il volto provato di chi non ne può più. La mozione di sfiducia di Giorgia Meloni ha fatto un «buco nell'acqua», ma il ministro della Sanità ha il volto di chi non è contento. «Dite che d'ora in avanti andrà meglio?», domanda a qualche interlocutore, ma al di là delle valutazioni politiche pensa più a se stesso: «Questa storia dice sotto la mascherina mi ha fatto davvero tribolare. Sono stato bersaglio di un linguaggio d'odio». Il dibattito di ieri è stato un altro processo all'ultimo superstite del dream-team con cui il governo Conte ha affrontato il Covid-19. Al ministro della Sanità confermato da Draghi non è stato risparmiato niente, neppure gli errori commessi da altri: né l'assenza del piano per affrontare la pandemia; né le mascherine farlocche di Domenico Arcuri; né i respiratori difettosi che tirano in ballo indirettamente Massimo D'Alema; né la politica sulle chiusure. Ma alla fine gli è andata bene visto che la mozione di Fratelli d'Italia è stata respinta con 221 voti contrari e 29 a favore: da una parte la maggioranza extra-large del Dragone, dall'altra uno schieramento composito con dentro i seguaci della Meloni, gli ex grillini e Gianluigi Paragone. Insomma, non è stato nulla più di un rito politico, anche perché, a parte Speranza, nella mente dei promotori doveva avere una serie di effetti collaterali. «In realtà ha spiegato apertamente Massimiliano Romeo, capo dei senatori leghisti la mozione della Meloni non era contro Speranza, ma contro noi e Forza Italia per metterci in imbarazzo con Draghi».

Così, per tenere sempre l'ultimo superstite «contiano» nella Sanità sul banco degli imputati, seguendo le imperscrutabili liturgie parlamentari, leghisti, forzisti e seguaci di Toti, hanno rilanciato, e questa volta presentato, l'ipotesi di una Commissione parlamentare d'Inchiesta su quanto fatto dal ministero della Sanità nella Pandemia. «In Francia ha osservato Gaetano Quagliarello ne hanno fatte addirittura due». Se l'iniziativa sarà condivisa da altri- renziani, calendiani, etc. è probabile che allargherà il suo campo d'indagine su altri aspetti della pandemia. Ed è molto probabile che andrà così. «Ai leghisti ha spiegato Matteo Renzi ai suoi interessa soprattutto la parte che riguarda l'assenza del piano pandemico, le tragedie dei comuni del bergamasco, di Alzano e Nembro. Noi, l'ho già detto, preferiamo un campo più ampio, che parta dai banchi a rotelle e dalle mascherine (Arcuri, ndr) per arrivare ai respiratori fasulli (D'Alema, ndr): mettiamo insieme le due proposte e i numeri al Senato per fare la commissione d'inchiesta, tra maggio e giugno, ci sono». Del resto il leader di Italia Viva una Commissione d'inchiesta la chiese già alla fine del marzo dello scorso anno.

Appunto, sarà la Commissione parlamentare d'inchiesta ad imbastire il vero processo a speranza e non solo. Quello di ieri nell'aula di palazzo Madama è stato solo uno scampolo, in cui il ministro della Sanità si è difeso come ha potuto. Ma nella sua arringa è spiccato, soprattutto, un paradosso a dimostrazione che in politica le situazioni cambiano da un giorno all'altro: giusto un anno fa il ministro pubblicò un libro, poi ritirato, mai edito in Italia, ma diffuso in Francia e in Spagna, in cui spiegava che la lotta al virus «poteva essere una possibilità per ricostruire un'egemonia culturale della sinistra»; ebbene, ieri, usando un argomento contro i suoi detrattori, ha mostrato di avere memoria corta. «In un grande Paese ha detto non si fa politica su una grande epidemia». Cose che capitano.

Come capita che la Meloni nel tentativo di mettere in imbarazzo leghisti e forzisti nel rapporto con Draghi, si sia ritrovata a sua volta nell'imbarazzo di avere come unici compagni di strada gli ex grillini, i più «descamisados». «Due giorni fa racconta Andrea Cangini nel gruppo di Forza Italia non era chiaro che avremmo votato contro la mozione di sfiducia. Molti avevano paura che la Meloni ci avrebbe messo contro il muro, nella situazione scabrosa di dover salvare Speranza. Io ho sposato la tesi che ce ne dovevamo fregare. Ma quello che ha convinto noi a non assecondare la Meloni, va riconosciuto, è stato Salvini».

La verità è che il leader leghista sembra trovarsi a suo agio nel nuovo scenario, nel doppio ruolo di «fedelissimo» di Draghi e di corsaro. Ieri tutta l'operazione per strappare al premier l'impegno (che in fondo già aveva, ma, come si dice, «repetita iuvant») di porre fine al coprifuoco alle 22 dal 15 maggio se i il tasso di contagi lo permetterà un'operazione studiata sul piano mediatico serviva per stoppare, o almeno, depotenziare, le due iniziative propaganda della Meloni: l'ordine del giorno di Fratelli d'Italia alla Camera per portare il coprifuoco dalle 22 alle 23, e la mozione di sfiducia di oggi contro Speranza al Senato. «Ieri Salvini commenta con una punta di sarcasmo Gaetano Quagliarello ha fatto casino e oggi è sparito tutto. Salva pure Speranza. È la logica di questo governo. Un po' come negli esecutivi di unità nazionale del dopoguerra in cui Togliatti era al governo con De Gasperi a Roma e gli sparava contro in Sicilia. Con le dovute, ripeto, dovute proporzioni. Anzi, meglio lasciar perdere i paragoni».

Così alla fine della prima udienza del processo a Speranza, del ministro della Sanità non si parla più. Semmai c'è chi fa il punto sullo stato dei rapporti nel centrodestra. «Tra Salvini e Meloni racconta l'ex presidente del senato, Renato Schifani sono inesistenti. Tra Berlusconi e Salvini sembrano tornati alla normalità. Tant'è che qualcuno ritira fuori la storia di una federazione tra i partiti. Invece, anche il Cav comincia a guardare con una certa antipatia l'atteggiamento della Meloni».

Appunto, la politica continua. E quelli che sembrano aver smarrito del tutto spartito, il ruolo in commedia, sono i grillini: uscito Conte da Palazzo Chigi, hanno perso, almeno nel linguaggio, l'aplomb «governativo», risucchiati nella vecchia «verve» populista. Seduto su un divano del Senato Gianluca Castaldi, ex sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento del governo Conte, ripete una litania: «Sui voli di Stato la Casellati batte Fico 124 a 3». Mentre Elio Lanutti, grande difensore di Conte, è tornato al complottismo esasperato: «Sapete dove vengono scelte le nomine? A casa di Giulio Napolitano, dal sottosegretario alla presidenza del consiglio Garofalo e dal professor Cassese». Fra un po' ritireranno fuori le scie chimiche e la tesi del falso sbarco dell'uomo sulla Luna. E pensare che sono stati eletti nell'unico partito che in questa legislatura è sempre stato al governo.