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Proibizioni ignorate e messa a ogni costo. Così Pizzaballa ha forzato il divieto

La lettera del cardinale: "Non ci saranno celebrazioni". Ma poi è andato avanti

Proibizioni ignorate e messa a ogni costo. Così Pizzaballa ha forzato il divieto
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Il giorno dopo all'incidente del Santo Sepolcro la Santa Sede può tirare un sospiro di sollievo. La Segreteria di Stato ha evitato il muro contro muro con Israele e non si è unita al coro di chi lamentava la violazione della libertà religiosa. Una mossa dovuta anche al fatto che, come ha spiegato l'ambasciatore di Israele a Roma Jonathan Peled, il cardinale Pierbattista Pizzaballa era stato avvertito preventivamente delle restrizioni nel luogo di culto. Lui stesso, d'altra parte, aveva firmato il 22 marzo una lettera ai "fratelli e sorelle" del Patriarcato comunicando che "a causa della guerra" non sarebbe stato "possibile svolgere celebrazioni ordinarie", nemmeno nella basilica del Santo Sepolcro.

Non è l'unica lettera protagonista di questa storia. Successivamente, infatti, un dirigente della polizia della città vecchia aveva scritto a Pizzaballa dicendo che non ci sarebbe stata alcuna celebrazione nel Santo Sepolcro. Il patriarca, però, aveva risposto che la messa sarebbe stata celebrata comunque. Un rifiuto dovuto al mancato riconoscimento di un'autorità israeliana su quanto avviene all'interno del Santo Sepolcro regolato dallo status quo tra confessioni cristiane del 1852, e all'illusione che una funzione in forma privata sarebbe stata tollerata. Con questo spirito domenica mattina il patriarca, il custode di Terra Santa e altri tre religiosi si sono diretti verso il monastero degli ortodossi e lì sono stati fermati dalla polizia israeliana. Il cardinale è rimasto deluso perché pensava che le proibizioni si limitassero alle messe con assembramenti e non a un momento di preghiera con la comunità francescana già dentro la struttura. Ma non ha protestato più di tanto probabilmente perché la comunicazione del dirigente di polizia lo aveva messo sull'attenti che qualcosa sarebbe potuto andare storto. Non a caso, l'incidente non è stato reso pubblico dal comunicato del Patriarcato ma da una nota precedente della polizia di Gerusalemme. Fonti informate riferiscono che solo a quel punto, tempestato dalle telefonate, il cardinale ha deciso di reagire. Pizzaballa si è ritrovato suo malgrado a diventare l'idolo dei pro Pal di tutto il mondo. Nelle sue prime dichiarazioni, però, deve averli scontentati quando si è limitato a parlare di "fraintendimenti" e a gettare acqua sul fuoco.

Nei Sacri Palazzi, quando è divenuta chiara tutta la dinamica dei fatti, le opinioni prevalenti si dividevano tra chi rimproverava alla polizia un eccesso di zelo nel far rispettare le norme e chi sembrava convinto che Pizzaballa un po' se la sia andata a cercare. Lui comunque ne è uscito bene evitando di dare qualsiasi sponda agli oppositori del governo di Netanyahu e "strappando" pure il via libera a celebrare i riti pasquali nella città vecchia di Gerusalemme. La vicenda è stata fotografata con precisione ieri dalle parole dell'ambasciatore Peled secondo cui Pizzaballa "sapeva che non poteva entrare e ha deciso di provare a entrare lo stesso, è stato un malinteso da parte nostra e da parte sua". Una posizione indirettamente condivisa dal patriarca che nelle sue dichiarazioni non ha negato questa ricostruzione.

In Italia l'incidente della domenica delle palme ha avuto un risvolto miracolistico: i sostenitori della chiusura a oltranza delle messe ai tempi del governo giallorosso si sono riscoperti improvvisamente difensori della libertà di culto. La solita doppia morale pure sui motivi di sicurezza: se li evoca Israele per i missili iraniani è un oltraggio, quando lo faceva Conte per la pandemia invece si difendevano vite umane.

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